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Dorè e don Chisciotte, il contagio di non morire

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Si dice che oggi siamo immersi nell’ “immagine”, specie i ragazzi.
Paul Gustave Louis Christophe Dorè ha quattro nomi e solo ventun anni quando decide di impegnare la sua mano ad illustrare i grandi classici della letteratura universale. Aveva vissuto i primi dieci anni della sua vita all’ombra della grandiosa cattedrale di Strasburgo. Abitava, strano indizio del destino, in Rue des Ecrivains. Quegli slanci gotici li porterà con sé. Perderà per strada la fissità della pietra e di tre nomi di troppo. Il suo atelier di Parigi si chiamerà semplicemente Gustave Dorè. È un ragazzo che decide di immergersi nelle parole, nelle grandi galassie dei racconti umani, e da quello sciame riemergere con i suoi disegni. Avendo per così dire soggiogato quella perpetua narrazione, avendola obbligata a sostare per un istante nei suoi fantastici reticoli di segni, nei suoi tratti precisi e pur febbrili.
Si era formato disegnando per riviste umoristiche e, naturalmente, al cavalletto. Ha fortuna, nel 1854 le illustrazioni a Rabelais lo consacrano. Ha vita mondana intensa, molti inviti, molti amori di varia reputazione. Lavora però come un pazzo, sedici, diciotto ore al giorno, “sostenuto, dice un biografo, dal tabacco”.
Espone ai Salons parigini come pittore e scultore, perché tale voleva essere considerato. La sua Dorè Gallery conquista Londra nel 1868. Eppure di quella città, al pari di quel che faranno poi Jack London e i filosofi delle rivendicazioni operaie, aveva mostrato il volto duro, la miseria, la rogna.
Morirà per aver lavorato troppo, come lui stesso sa e confida, a soli cinquantuno anni, dopo aver lasciato centomila disegni su legno, litografie, qualche quadro, oltre centocinquanta tra bassorilievi, statue, decorazioni. E senza aver realizzato il suo sogno: illustrare Shakespeare.
A ventun anni, dunque, Dorè aveva deciso di illustrare i grandi fantasmi che stavano dietro la targa della sua via d’infanzia, les Ecrivains, quelli con la maiuscola, gli Scrittori. A vedere e a farci vedere il Chisciotte arriva dieci anni più tardi, nel 1863. E ora lo vediamo. Sì, certo, lo abbiamo già visto, mille volte citato, o a commento di qualche edizione della storia dell’ingenioso hidalgo. Ma in questa edizione proposta da Marietti che tengo tra le mani, lui è solo. E’ al centro del palco, è una speciale edizione per lui, per i suoi disegni, senza la storia per cui furono concepiti e stesi. È un a solo speciale, mutilato e fantastico. Un’esibizione, un onore, una riservazione.
Evocherà la storia, le parole. La narrazione ci verrà come in sogno, ci tornerà la memoria come una canzone, vedendo le sue tavole, i disegni composti per amore di Chisciotte.
Doré disegna un uomo immerso in uno scenario grandioso. Curvo addormentato tra i fantasmi, o ritto sulla sua stramba cavalcatura, contro la luna, steso come un morto e abbandonato, o tra una folla che ride di lui, o volante, inarcato nel duello con il mulino gigante, o perduto tra montagne che sfumano nel niente. Dorè ci fa letteralmente innamorare di don Chisciotte. Egli non aggiunge a Cervantes. Lo illustra. Dà lustro, sia nel senso dell’onore, sia nel senso della luce. E dell’ombra.
Il Cavaliere della Triste Figura trova nel disegno di Dorè il proprio corpo, l’espressione buona, infinitamente buona e concentrata, e Sancho trova la sua umanissima fisicità, la sua drammatica allegria di uomo fedele. Nel divenire personaggi anche in questi disegni, in questo raddoppiamento dell’esser personaggio, essi fanno un altro passo, un decisivo passo, verso l’esser definitivamente nostre figure, nostra carne, nostro movimento nel sangue. Non si allontanano nello spazio irrecuperabile della finzione, ma ci precipitano addosso, svelando in modo raddoppiato, in modo potenziato, l’umanità nostra di cui parlano. Noi, infatti, continuiamo a parlare di Chisciotte a quattrocento anni dalla sua apparizione – come continuiamo a parlare di Beatrice, di Tiresia, di Re Lear- perché loro parlano di noi. Continuano a dire di noi.
E Chisciotte dice (e Dorè ridice) che la vita senza ideale appare solo come una storia senza avventura, e che la materia vitale di cui siamo tessuti è fatta per esser dedicata a qualcosa che traspare a chi ha occhi per vederlo. L’essenziale, ha scritto qualcuno, è invisibile agli occhi.
La visione del cavaliere cristiano, nato in petto all’ex soldato di Lepanto Cervantes mentre era in galera, inseguito dai debiti, è eroica e pietosa, lo mena a servizio degli uomini, lo porta a combattere contro gli incantatori che fanno veder brutto ciò che è bello e viceversa.
Il secolo in cui vive Cervantes è immerso in un vortice di cambiamenti politici e religiosi. Egli ha sperimentato sulla propria pelle che un mondo antico e cristiano è arrivato a una resa dei conti finale e rischiosa, sui mari di Lepanto come nelle stanze dei Concili e delle Accademie.
Egli come il suo Chisciotte forse vede come nessuno più vede o vedrà. Per questo sembra destinato alla sconfitta. Perde tutti i combattimenti immaginari. Eccetto uno, quello che, all’inizio del secondo volume, avrebbe dovuto riportarlo a casa, alla misura: quello con il finto cavaliere del Bosco, frutto della finzione umana, del tentato inganno da parte di altri uomini. Visione cristiana e attualissima. Una tradizione da tutti derisa (nel racconto è quella cavalleresca) diviene in Chisciotte il motore più intenso, più realmente potente, più adeguato al vivere.
Ha scritto sul Cavaliere errante il poeta W.H Auden: “all’improvviso perde la ragione, decide cioè di diventare ciò che ammira. Esteticamente questo si direbbe orgoglio; in realtà, dal punto di vista religioso, si tratta di una conversione, un atto di fede, un prender la croce”.
La perdita della ragione di Chisciotte non ci lascia tranquilli. Infatti, quando egli parla di argomenti come la letteratura e la società dice cose assolutamente ragionevoli – e dunque fa vedere d’essere ben in grado d’usar la ragione. È, insomma, uno di noi. Per tale lo prendono all’inizio i suoi interlocutori. Il suo aspetto – qualcosa che si vede, dunque - introduce una curiosità, una domanda su chi sia veramente don Chisciotte. Ed ecco, quando parla di sé, del suo compito nel mondo, del suo amore, e di come, di conseguenza, stravede le cose incontrate, allora ci pare fuori di zucca.
Esorbita la nostra misura. In quel punto, in quel fuoco, lì eccede. Allora non lo si segue più, non lo si rispetta più. Lo segue solo Sancho, che ammette d’esser divenuto più saggio nella conversazione con il suo Cavaliere. Gli altri, tutti, dicono: è pazzo. Perché la sua vita è diventare ciò che ammira. Perché non è un’amministrazione. Non è una difesa. Non è un errare vagabondo. La sua erranza ha una meta, l’unica che gli può riempire il cuore e l’animo.
Ha scritto Miguel de Unamuno: “Non può narrare la tua vita, né spiegarla o commentarla, signor mio don Chisciotte, se non chi sia stato contagiato dalla tua stessa follia di non morire”.
Gustave Dorè ebbe il contagio. Morì e non morì. Estinse le sue forze e pur moltiplicò il suo gesto nell’opera disseminata di pittura, di disegni passati a riviste, disegni che recavano la nostalgia dignitosissima e scabra della pittura e della scultura. Fu ammirato da Van Gogh e cooptato come precursore dai Surrealisti.
E ora, vivendo e rivivendo accanto all’opera di Cervantes, questi disegni sono, al pari di quella, da ricomprendere. Da interrogare, secondo le estreme urgenze della nostra epoca e i rischi della nostra vita.
Guardare questi disegni, ascoltarli, in una sorta di multiplo delirio o concerto di percezione e memoria: si resta catturati, e il libro che abbiamo in mano diviene contemporaneamente gran pittura e gran fumetto, opera del genio strambo di un artista che volle, come Chisciotte, entrare in uno speciale combattimento con i giganti della parola e farlo perché la visione si affinasse, e la sua vita servisse alla nostra.
Nostra vita che, immersa nell’immagine, rischia di perder la parola, certo, ma soprattutto  di perder la visione. Di tutto questo, chiudendo l’ultima tavola o riquadro di questo dono, siamo sommossi e grati. Con gli occhi di nuovo pieni.



 

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