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Intorno a Pavese

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Su Pavese, a settant’anni dalla prima edizione di “Lavorare stanca” (1934)

Di Davide Rondoni

Se prendo lo scritto che Pavese pospose alla edizione di “Lavorare stanca”, “il mestiere di poeta” del ’34 poi  quello successivo, del ’40 intitolato “A proposito di certe poesie non ancora scritte” io mi domando: cosa diavolo spinge un poeta a mettere, alla fine delle sue poesie, o nel secondo caso, addirittura prima di poesie ancora non scritte questa serie di riflessioni che tentano di giustificare le scelte fatte, di motivare opzioni in campo metrico, stilistico? Insomma, perché quest’ansia di spiegarsi e spiegare perché si scrive così o cosa? E’ pur vero che anche Leopardi nel suo Zibaldone ci dà una serie anche minutissima di notizie e di informazioni circa il suo lavoro. E nel “Mestiere” anche Pavese zibaldoneggia.
Però qui non siamo in un diario privato, in uno scartafaccio, ma siamo dentro al libro di poesie, in loro stretta compagnia.  E addirittura lui scrive, nel ’34 “Ho dinanzi un’opera che m’interessa, non tanto perché composta da me, quanto perché, almeno un tempo, l’ho creduta ciò che di meglio si stesse scrivendo in Italia e, ora come ora, sono l’uomo meglio preparato a comprenderla”.
Sorprendente! E’ vero che con una nota nell’edizione definitiva di “Lavorare stanca” Pavese ci informa che le affermazioni di quello scritto sono superate da quelle dello scritto del ’40, ma qui abbiamo un poeta che dice: “quel che stavo scrivendo erano le cose migliori che si facevano in quegli anni (e che anni per la poesia italiana) e io sono la persona migliore per comprenderla”. E’ una affermazione quasi mostruosa, almeno agli occhi della critica normale. E’ vero che in fondo al cuore ogni poeta ritiene di scrivere le cose migliori possibili in quel momento (sennò non lo farebbe –ci vuol dell’ambizione anche per fare un sugo, mi disse una simpatica vecchina-) ma quasi nessuno si sogna di scriverlo in fondo la proprio libro di poesie e poi, a scanso di contestazioni, aggiungere che è lui il meglio in grado di comprender l’opera…
Per il resto è quello del ’34 uno scritto molto interessante. Si vedono gli inizi della faticosa e inconclusa riflessione sul problema dell’immagine, del rapporto tra racconto e poesia, sul come nasce un ritmo personale.
Interessantissima, per chi scrive poesia e per che vuole fare veramente esperienza di cosa sia la poesia, la descrizione che Pavese fa di come sia nato in lui un certo ritmo. Non importa se quel ritmo ci piaccia o no, ma lui dice: mi ero creato un verso, non l’ho fatto apposta.
Sono temi, appunto, ripresi e approfonditi con radicali mutamenti negli scritti successivi.

Ma a me colpisce e interroga soprattutto questa furia, questa che non poteva essere una prova d’orgoglio, ma una necessità, una dura verifica continua, una mostruosa inquietudine di autocoscienza, una voglia di mettere in chiaro, di stabilire rapporti con il presente della cultura e della letteratura.
Eppure, come ho appena accennato, ci sono delle strane spie in questo sforzo di metter in chiaro tutto. Il verso, ad esempio, questo misterioso composto, come dice Dante, di parole per legame musaico armonizzate non è nato per uno sforzo, per un artificio, non è stato fatto apposta.

La cultura a cui Pavese aveva deciso di appartenere e che era dominante (e ancora lo è) prevede la cultura come esito di situazioni sociali o psichiche determinabili e definibili. Il suo percorso di intellettuale è stata la storia di una impossibilità di accettare come definitivo quell’orizzonte culturale. La poesia, in qualche misura, è stato forse per lui una delle esperienze detonanti rispetto al sistema che la cultura storicista materialista e lui stesso volevano imporre.

Pochi mesi prima di morire Pavese pubblicò uno scritto dove dice, tra l’altro:

“La sudata teoria razionale della natura e della storia (ovvero lo storicismo materialista ndr) ci sta dinanzi imponente, ci guida nell’azione, ci fa vivere.
Veramente? Viviamo soltanto di questo? O ciascuna delle nostre decisioni essenziali –quelle per cui si espone la vita o la si esalta nella creazione – non nasce al disotto o al disopra  della teoria, da un impulso più misterioso, più estatico, più autorevole che non la persuasione razionale che non la conoscenza? Che cosa è che può inquietarci, esasperarci, impegnarci fino in fondo per farsi violar, rischiarare, conoscere, se non l’inviolato, il presentito, l’ignoto?”

Ogni termine è importante in questo brano e varrebbe la pena fermarcisi su parecchio. Ma per ora ci basti aver toccato il fatto che il poeta che mosse con più acribia, con più acculturazione, con più forza nel proporre teorie intorno al proprio fare poesia giunge a riconosce che “le decisioni essenziali –quelle per cui si espone la vita o la si esalta nella creazione” c’entrano, sono in rapporto, con qualcosa che è più in là, più grande, inesauribile ala nostra capacità di conoscere e di teorizzare, vale a dire con il mistero.
La poesia –come Pavese lo sapeva bene Rimbaud, che della sua “Saison en enfer” disse che nello scriverla lui si stava giocando l’anima- non è forse un luogo di tali decisioni essenziali” in cui la vita “si espone” non già solo come argomento ma come valore, come bene, e si “esalta”, non nel senso dell’ebbrezza effimera, ma della riconosciuta maestà?

Negli stessi ultimi mesi, Pavese riaffermava che il poeta non può in un certo senso non essere il più acculturato dei letterati, ma specificando che la forza di tale acculturazione stava tutta nella disposizione a confrontarsi con un ignoto che si presenta sempre nuovo, con un non saputo che non si esaurisce.

Questo definirsi di una autocoscienza per così dire umile del poeta, questa coscienza che quel quanto gli accade nella voce, tra le mani, nelle parole non è cosa sua, non è cosa definibile o ricostruibile secondo le nozioni o le mode del momento è un grande insegnamento che mi viene da Pavese.
Accanto alla bellezza di certe sue poesie (certi memorabili momenti narrativi di “Lavorare stanca”, altre così forti da “Verrà la morte e avrà i tuoi occhi”) o anche accanto alla incertezza di altre, sento sempre questo suo invito, questo invito di semplicità che lui ha affinato in sé, nella propria mente e nella propria opera. Consegnando infine al mistero anche la propria esistenza, in modo disperato e invitandoci a non fare pettegolezzo sulla sua scelta.
Ma già prima ci aveva invitato a non fare pettegolezzo intellettualistico sul bene della poesia.



Davide Rondoni.

 

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