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Commento al cantico di Francesco

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E’ un testo di fondazione della nostra letteratura, e anche della nostra sensibilità. O forse dovremmo dire lo era. Molta dimenticanza, molto abuso, molta lettura banalizzante si è posata su queste parole. Eppure, a riprenderle, ancora come ci esplodono negli occhi. Come incidono il cuore sotto le corazze. Dopo la “ouverture”, che è alta, magniloquente, a voce piena, inizia la serie dei motivi di lode. Una successione tuttaltro che schematica e senza modulazione di voce e intensità.
Sulla composizione di questo testo c’è discussione. C’è chi lo vuole composto in tre tempi da Francesco, tra il 1224 e l’autunno del 1225. Altri studiosi non assecondano questa partizione. In ogni caso il testo appare compatto come ispirazione e tono generale. Frate Francesco si raccomandò ai suoi frati di cantarlo alla fine delle loro predicazioni. E lui stesso lo intonò più volte, sentendo avvicinarsi la fine della sua vita. In particolare, pare che la parte dove si fa riferimento alla capacità di perdonare, su cui torneremo dopo, fosse originata dalla riconciliazione ottenuta grazie alla mediazione del santo tra il Vescovo di Assisi Guido II e il Podestà della città, Oportolo.  Mentre il riferimento a “infirmitate et tribulatione” fosse un cenno alle sofferenze patite dallo stesso Francesco per l’aggravarsi della malattia agli occhi e per i topi che lo tormentavano a San Damiano, dove restò cinquanta giorni.
Il “cum” della seconda lassa è anch’esso un elemento discusso, segno della vivacità del suo significato. Infatti può voler dire “insieme a” “tucte le Tue creature”, oppure “a motivo di”, o anche “attraverso”.  Così anche il “per” può avere varie sfumature di significato. Le fonti biografiche riferiscono dell’intenzione di Francesco di comporre un canto per lodare il Signore “nelle” sue creature, e questa intenzione qualifica in modo evidente il significato principale del testo. Che noi ormai diamo quasi per scontato. E che eppure contiene una dose alta di esplosivo intellettuale e morale, allora come oggi.
C’è in questa Laude il segno della diversità di Francesco rispetto, ad esempio, alla quasi coeva eresia catara. Essa sosteneva, in sintesi, un disprezzo del mondo terreno in quanto preda definitiva del male. Solo il distacco totale dal mondo, ottenuto attraverso una dura purificazione,  secondo i catari, era la strada per la salvezza. Qui Francesco invece invita a lodare e a ringraziare Dio per il creato. Che è fratello dell’uomo, e non da disprezzare. Fratello, ovvero pari.  Segno della gloria di Dio. Siamo anche lontani da un panteismo facile e di moda, che oggi tende a eliminare nella natura la sua componente di dramma (al pari di quanto accade nell’uomo) tra male e bene. Le rime tra “vento”, “sostentamento” e le altre che sentiamo sono, come sempre in poesia, come i piloni che sostengono l’andare della autostrada. Anche quando non sono visibili, esse portano lo svolgersi del testo. Anche l’uso della paronomasia (parole simili ma con significato diverso: utile-umile) ha una funzione anche ritmica.
In questo grande teatro del mondo, motivo di lode a Dio, entra in scena anche l’uomo. Trovo straordinario, magnifico e inquietante, il fatto che l’uomo compaia in questa scena con una facoltà precisa, tra le tante a cui poteva far riferimento il santo: e invece è il perdonare, è quello il segno inizialmente distintivo dell’essere umano: sa perdonare.  In ciò sta la facoltà e la grandezza vera di una presenza umana…Se degli altri elementi presenti nel creato, si lodano la bellezza e l’utilità, dell’uomo si registra un altro genere di cosa, a un altro livello, morale. Gli studiosi si interrogano ancora su questa volontà di Francesco di identificare il “proprium” dell’umano nella capacità di perdonare. Qualcuno sostiene che la seconda parte del Cantico sia leggibile più sotto il segno della tristezza invece che della esultanza come l’avvio.  
Al di là dei motivi di ispirazione, credo sia una grande trovata mettere in scena l’uomo, nel gran teatro dell’universo, come colui che si distingue per una capacità che nessun altra creatura possiede: il perdono. E’ un uomo colto al centro di un dramma personale e  universale. Un uomo che sopporta, che in nome del bene è disposto a sopportare molto. E che perciò avrà la “pace”:
La celebre dizione di “sorella morte” fiorì, secondo i racconti biografici, sulle labbra di Francesco quando fu avvisato dai medici che gli restavano poche ore.

“Sia benvenuta sorella morte!” pare abbia esclamato a quella notizia.
E abbia deciso di inserirla nel testo. Un’opera dunque, dove forme tradizionali, freschezza di invenzione e intento pubblico si mescolano con degli elementi della biografia. Sta parlando di sé e per sé, il poeta santo. Sta mettendo a fuoco, definitivamente, il senso della sua “letizia”.
Come detto all’inizio, non è un cantico ingenuo. Non lo è per diversi motivi. La personalità di Francesco era forte e decisa, tuttaltro che riducibile a un ritratto a pastelli, come vuole una interessata vulgata spiritualista.  E il santo aveva cultura e conoscenza dei modi della retorica e della letteratura del suo tempo. La forte influenza dei Salmi è assunta in modo cosciente e ben oltre il semplice calco di stilemi.
Come diceva già Paul Claudel nei primi decenni del Novecento, oggi sembrerebbe impossibile una poesia di “lode”. Una voce, prima ancora che un genere, che pare precluso alla lingua spezzata dell’uomo di oggi. Eppure, leggendo questo testo e vedendo l’intima filigrana di drammaticità personale e conoscitiva che lo anima e muove, viene da pensare che la lode è ancora possibile, e che è possibile impararla ancora.
 

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