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Sulla traduzione

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Un problema d’amore.

Davide Rondoni

Le mie poche riflessioni affondano le loro radici in un lavorìo disordinato, a tratti casuale, che mi ha portato spesso a confrontarmi con i problemi di cui ho sentito parlare qui. Non uno studio sistematico, dunque, ma un fare i conti con i problemi che via via mi si sono presentati sia nel mio lavoro di scrivere poesie, sia nel provare a dare una versione poetica dei Salmi  o nel tradurre Rimbaud, o Baudelaire, o Péguy.
In altre occasioni, l’urgenza a riflettere è venuta dalla conversazione con alcuni, come Luzi o Bonnefoy (quest’ultimo, ad esempio, lo invitai a Bologna a parlare di alcune sue traduzioni da Leopardi) o con Testori. Tutta gente, lo sapete bene, che il problema della lingua, del ritmo e della sua versione lo ha vissuto e vive al livello profondo della propria personalità creativa.
Ho sentito stamattina con piacere che l’entità fondamentale, il ritmo, è tanto precisamente ravvisabile, sia nel lavoro dei musicisti che in quello dei poeti, ma anche indefinibile. Se ne possono vedere e anche misurare certi effetti, si può riconoscerne la diversa presenza in un autore o in un altro, ma non si riesce a definirne la natura.  Allora mi è tornato in mente quel che diceva Ungareti, quando sosteneva che il miracolo della poesia non è il linguaggio, ma la tensione che lo anima. Probabilmente è questa tensione, questo tendersi del linguaggio il nostro mistero, e la nostra unica virtù.
Chi non consoce cosa sia l’esperienza della poesia (che non è solo quella dello scrivente, ma è quella che avviene nell’incontro con il testo da parte del lettore, poeta egli stesso dunque) può ritenere queste cose generiche. Credo invece che occorra continuamente tornare a riflettere, anche nel senso di riflettersi, su questo livello del problema.  Il quale, evidentemente, trascina ogni discussione letteraria a un livello potremmo dire antropologico o religioso, o comuque gnoseologico. Astenersi da tale livello significa per la letteratura chiudersi in uno schedario, affidarsi alla erudizione specialistica, e, infine, costruire la propria marginalità.  Del resto, gli specialisti ci avvertono che il dibattito intorno alla traduzione è da sempre simile, e il fatto che in esso si siano misurati intelletti di primo ordine, sia in campo letterario che filosofico, ci mostra non tanto l’inessenzialità del dibattito, quanto la sua inesauribilità.  Dunque, il suo radicamento entro una congerie di problemi che mal sopporta la schedatura o i presunti chiarmenti  eruditi o dottrinali.
Nel lavoro di versione poetica dei Salmi, ad esempio, condotto sui testi greci e latini e seguendo il consiglio di un Leopardi recensore di una versione del 1816 di quei capolavori amati sopra ogni cosa da Dante, da Petrarca e da altri, fino a Nietsczhe – consiglio di esser libero, di non cadere nella tentazione di replicare, ho toccato una delle questioni che mi paiono riilevanti. Cosa significa, per dirla con Bachtin, che la letteratura si è secolarizzata ? Evidentemente non si tratta di una scomparsa di temi legati al sacro o alla religione nei testi letterari: questo probabilmente non avverrà mai.  E’ però vero che il re e salmista aveva chiaramente la coscienza di comporre i suoi testi di fronte a Dio, dinanzi all’infinito  Mistero che fa tutte le cose. Oggi siamo pieni di scrittori e di poeti che compongono di fronte alle tribune (e ai tribunali, peraltro fallaci) della Storia della letteratura.
C.S. Lewis ammoniva a non trattare la Bibbia come letteratura, poiché in essa ci sono solo eccezioni, poiché è una Scrittura di eventi, ovvero non è dato stabilire normative. Se la Scrittura è un grande codice per ogni gesto poetico lo è non in quanto serbatoio o ipotesto, ma come invito a che la parola poetica costituisca un evento.
La tensione è il segnale che la parola poetica cerca di non essere solo lingua.
Eppure dei Salmi possiamo dire che non sono presenti nella nostra letteratura. E’ vero, come ho evidenziato in un saggetto per quella edizione, che molte sono le tracce e i rifacimenti nella poesia del Novecento, ma la concezione del gesto poetico è del tutto cambiata.
    Nel tentare quella impossibile versione ho scelto di leggerli e di ridarli innanzitutto attraverso una immedesimazione.  Intedo che ho affrontato i numerosi problemi ritmici, lessicali,  di trasposizione metaforica e di comprensibilità attraverso il riscriverli come scrivo io.
Operazione discutibile certo, ma forse meno arbitraria di altre apparentemente più fedeli. Del resto, Pound richiamava il fatto che ogni poeta ha un proprio ritmo interpretativo.

Un ritornello degli Analecta hymnica suona così: In hac verbi copula stupet omnis regula.
Credo che sia una buona definizione di cosa succede nella poesia.
Dove affonda le proprie radici quello stupore di ogni regola, cosa è quella copula della parola ?
La riflessione sulla poesia e sulle sue proprietà è, per me, l’approfondire queste inquiete domande.
Dante, che illustra quel paradosso che scombina le arti e la logica
-l’incarnazione del Verbo: vergine madre, figlia del tuo figlio (!)- riteneva che la poesia fosse parole per legame musaico armonizzate. Alla sua canonizzazione dell’endecasillabo come misura adeguata al respiro dell’italiano e alla sua eloquenza, si rifà appunto Ungaretti, che nota la sigolare coincidenza per cui Amore è il trisillabo nucleare dell’enedcasillabo perfetto nonché parola-tema chiave della poesia italiana. Ed è, lo sappiamo, colui che ditta dentro.
Dante sceglie il volgare, sapendo di essere così uno sperimentatore estremo, poiché essa è la lingua della normalità, dei suoi genitori, e la chiama  concausa del suo essere.
    Credo che il legame da indagare (un’indagine che non risolve il proprio oggetto, ma vi sprofonda) è quello tra amore e ritmo, tra amore e farsi, tendersi della lingua poetica.
Credo che avesse questo come tormento uno come Pasolini, la sua risalita ai movimenti da cui si originava il suo primo balbettio poetico: teta veleta. Ma questa stessa tensione si può ravvisare anche in un poeta che fu per Pasolini un alter polemico, Mario Luzi. Il quale nelle sue riflessioni intorno all’endecasillabo, richiama il fatto che la metrica si riforma sempre su elementi già operanti e, per così dire, segue una urgenza di adesione alla forma. Ma che cosa è questa urgenza, e questo aderire ?…
Uno scrittore americano, narratore e poeta di talento notevolissimo, Raymond Carver sembra apparentemente lontano da questo genere di questioni. Eppure, in un suo seminario raccomanda agli studenti una strana frase di Santa Caterina: in essa si afferma che le parole preparano l’anima alla tenerezza verso le cose. Qualcosa del genere doveva avere in mente anche Giovanni Testori, quando parlava del magone e del protendersi della parola, specie teatrale, a qualcosa d’altro da se stessa. E non era forse qualcosa di questa stessa natura che spingeva il pavese alla ricerca dell’immagine poetica a ricordare la nascita del suo verso come da un mormorare interiore ?
In questo movimento (e non il movimento, a tutti i livelli inteso, il vero tema della Commedia? ) si comprende come il cosiddetto significato non sia opponibile a quel che Bigongiari chiamava la aleatorietà del senso, o che S. Avernicev, ottimo lettore di Mandel’stam, chiama rapporto con l’ oscurità.
    Amare questo movimento significa amare la propria lingua, il suo patrimonio, inteso non come repertorio ma come energia. L’ha richiamato  in alcune pagine recenti di autobiografia poetica e culturale un grande poeta, vissuto nella duplicità della patria e della lingua come C. Milosz.
Così la differenza, la avvincente differenza che segna il rapporto tra il testo di una lingua e il suo tradursi, così come, analogamente il rapporto tra un “io” e un “tu”, entità infinite e mai esaurientemente traducibili, non è il motivo di un impotente sconforto, ma materia eccitante per l’avvicinamento, per il rapporto infinito anch’esso.
    Vorrei concludere leggendo una poesia di un buon poeta francese contemporaneo, Jean Pierre Lemaire, in una mia traduzione in corso di lavoro.


Ombre di uccelli dietro le imposte
Nella sua camera, il bambino malato
sente le tappezzerie cinguettare dolcemente
sillabe che passano di camera in camera
il bicchiere che uno sciacqua in cucina
e dagli interstizi della finestra
la valanga sorda, imponderabile delle nuvole :
i  rumori del mondo quasi riconciliati
dal biascicare della poesia
Ma la grande musica è fuori
dove si spezza prima di essere percepita
perché l’uomo canti se la vuol sentire



Breve bibliografia:


Stefano Arduni, Retorica e traduzione, in Quaderni dell’Istituto di linguistica dell’Università di Urbino, supplemento a studi Urbinati,  Urbino, 1996
 Serghey Avernicev, Dieci poeti, Bergamo, La casa di Matriona, 2000
Charles Baudelaire, I fiori del male, (trad. di Davide Rondoni) Rimini, Guaraldi, 1995.

Piero Bigongiari, La poesia pensa, Firenze, Olschki, 2000

Yves Bonnefoy, Tradurre Leopardi, in Stagione di poesia, almanacco del Centro di
poesia contemporanea dell’Univesrità di Bologna, Venezia, Marsilio 2001-06-11

Raymond Carver, Il mestiere di scrivere, Torino, Einaudi 1997

Luca Doninelli, Conversazione con Giovanni Testori, Milano, Guanda, 1988

Mario Luzi, L’endecasillabo in Lezioni di poesia (a c. di Francesco Stella),
Firenze, Le lettere, 2000.

Ceslaw Milosz, La terra di Ulro, Milano, Adelphi, 2000

Arthur Rimbaud, Una stagione all’inferno, (trad. di Davide Rondoni) Rimini, Guaraldi, 1995

Davide RondoniPoesia dell’uomo e di Dio. I salmi nella versione poetica di D.R. , Genova, Marietti, 1998

Davide Rondoni, Il bar del tempo, Milano, Guanda 1999

Davide Rondoni, Non sei morto, amore Porretta terme, Duadreni del Battello ebbro 2001.

G.Ungaretti, Introduzione alla metrica, in Vita di un uomo. Viaggi e lezioni, Milano, Mondadori 2000













 

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