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Sul Futurismo

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DAVIDE RONDONI
MANIFESTO DEL FUTURISMO
20 febbraio 1909
Noi vogliamo cantare l’amore del pericolo, l’abitudine all’energia e alla temerità

Centro Asteria, 23 marzo 2009




INTRODUZIONE

Parlare del futurismo, tanto più nell’anno che ne sta celebrando il centenario di fondazione, è difficile, anche perché, nonostante siano passati 100 anni dal Manifesto che ha dato origine al movimento futurista, la riflessione, la discussione intorno a questo è tutt’altro che ferma. Si scoprono continuamente e si rivalutano alcuni aspetti, si cambiano le considerazioni, per cui è difficile, per la natura stessa di un movimento come il futurismo, averne un’idea definita, stabile.
Un movimento continua a generare nel tempo delle cose, non è concluso. Chi avesse visto due o tre anni fa un’importante mostra su Boccioni, si sarebbe accorto dall’omaggio che alcuni artisti americani della Pop Arte, degli anni ’50, ’60 hanno continuato, e continuano tuttora, a dare al futurismo. O se guardate anche certe pubblicità che ancora oggi corrono, potreste vedere che la citazione del futurismo è fortissima.

Provo a parlare del  futurismo e della personalità del suo fondatore, perché il futurismo è innanzi tutto Filippo Tommaso Marinetti, nato ad Alessandria d’Egitto nel 1876, morto a Bellagio nel 1944. Leggerò il Manifesto che fu pubblicato 100 anni fa. Lo leggo anche perché se ne parla tanto, ma molti non lo conoscono. Lo leggo insieme a voi e lo commento, quel poco che si può, magari collegandolo a altre cose.

100 anni fa, nel febbraio 1909, sul Figaro, che è un quotidiano francese, viene pubblicato questo testo di un autore non così noto da apparire qui in prima pagina.
In realtà, recentemente, è stato visto che Marinetti, era tutt’altro che uno sconosciuto, anzi era già un uomo molto importante per la letteratura italiana. Girava tutti i teatri italiani a fare conoscere le poesie di Baudelaire, Mallarmé, Rimbeaud: era un attivista della cultura italiana già molto conosciuto e dirigeva  una rivista importante, “Poesia”. Nel 1909 aveva provato a pubblicare questo Manifesto su alcuni giornali italiani. Un paio di giornali minori lo aveva pubblicato senza grande considerazione o addirittura di riverbero. E lui fa il colpo grosso. Va a pubblicarlo a Parigi, anche perché lui era di cultura francese essendo nato in Egitto, e Le Figaro era un grande quotidiano della Francia.
Racconto un episodio anche per farvi capire qualche cosa della personalità di questo soggetto. In quel momento tende a movimentare la vita in Italia e nel mondo intero in nome del futurismo. Ma
come ha fatto Marinetti a pubblicare il Manifesto su Le Figaro? Era importante per la letteratura italiana e già pubblicava in Italia, conosceva la letteratura francese, scriveva  in francese. Ma da qui a pubblicare sulla prima pagina di un quotidiano importante di Parigi, ce ne passa. Non era così semplice. Uno dei motivi perché è riuscito, è perché Le Figaro condivideva in parte gli obiettivi del futurismo. Ma uno dei motivi fu che lui corteggiò furiosamente  la figlia di un azionista, di uno dei proprietari del Le Figaro, che era anche lui di origine egiziana.  Corteggiò la figlia,  tra l’altro bruttina (e non era solito corteggiare una bruttina, perché sceglieva bene le sue prede). E lui, che nel suo Manifesto se la prende con tutti i passatismi, e che parla di Venezia come emblema  del romanticismo più vieto,  per conquistare la pulzella che gli avrebbe fatto in qualche modo pubblicare su Le Figaro il Manifesto, le fa trovare una gondola sulla Senna. Con questo stratagemma molto romantico , molto démodé, al contrario di quello che avrebbe poi professato, conquista la signorina e subito conquista la prima pagina su Le Figaro.
Racconto questo perché, come è stato messo in luce giustamente  da alcuni studiosi, c’è un figura pubblica di Marinetti che passa nei suoi manifesti, nella sua opera, nella sua straripante attività letteraria di fondatore di quaderni, di riviste,  di letture pubbliche nei teatri che finivano poi in zuffe,
nella sua energia e provocazione. E c’è una sua figura “privata”, invece, non contraddittoria, ma che presenta caratteristiche che occorre tener presenti nel momento  in cui si legge Marinetti. Ci dicono delle sue caratteristiche di finezza, di capacità di rapporti, di relazioni, di cortesia, che chi lo frequentava ha conosciuto.  Per esempio: Marinetti nei suoi scritti se la prende molto violentemente  con un certo clericalismo dell’Italia di quegli anni ’20, quando c’era una situazione molto diversa da quella di adesso, in cui era più facile (non dico più giusto) essere anticlericali, soprattutto nel mondo culturale  (e se la prendeva con tutte le suore d’Italia). Ma contemporaneamente tiene il Sacro Cuore di Gesù tessuto sul petto.

Lo dico perché, quando si considerano grandi fenomeni culturali, occorre sempre fuggire dalle semplificazioni. Per troppi anni il futurismo è stato letto in maniera semplificatoria. Così la figura di Marinetti. Si parla dei futuristi come se si trattasse di un branco di fascistoidi  che volevano fare della confusione e che si inventavano bizzarramente delle cose. Per molti anni nella cultura italiana  su questo che è l’unico grande movimento internazionale che si è avuto in Italia  nel ’900, è stata messa una cappa di pregiudizio e di giudizio sommario, senza stare attenti alle articolazioni  e alle questioni molto profonde che invece questo movimento ha suscitato.
Qualche mese fa ero in Brasile e in Venezuela; lì ci sono artisti che ancora oggi , dall’altra parte del mondo, si rifanno al nostro futurismo. E quando si va a New York nel più grande museo di arte contemporanea, e si vede che c’è Boccioni, ci si sente orgogliosi di essere italiani, perché capiamo che quell’opera lì è un capolavoro in modo assoluto. E non molti altri artisti italiani  hanno avuto questa forza e questo destino. Lo dico perché dobbiamo fare i conti, e il Centenario ci aiuta,  con una idea più complicata, più ricca, più rispettosa di un fenomeno culturale e di una persona che hanno sicuramente dato  lustro e profondità alla cultura italiana.



’900: TUTTO CAMBIA

Detto questo, volevo farvi attenti innanzi tutto alle date.
Ho detto che questo Manifesto viene pubblicato nel 1909. In quegli anni lì, tra la fine dell’Ottocento e l’inizio del Novecento, ci sono formidabili rivoluzioni in tutti i  campi.
Non si può pensare al futurismo, e alla serie di rivoluzioni tra le diverse estetiche che il futurismo propone, separandolo dalla sua epoca in cui stanno avvenendo in tutti i campi delle rivoluzioni, dei cambiamenti di prospettiva enormi.  Giustamente un grande poeta moderno, Piero Bigongiari, tutt’altro che futurista, uno dei poeti ermetici più profondi, che si definiva un bradico, un animale lentissimo, in un suo saggio sul futurismo, che è il movimento della velocità, dalla sua grandissima distanza, lo leggeva come una cosa importante. Faceva notare: guardiamo le date prima di classificare i futuristi come degli ingenui fascistoidi: 1909, pubblicazione del Manifesto fondativo del Futurismo.  1905, Einstein pubblica la teoria della relatività  Nel 1900 Max Frank è andato negli Stati Uniti a spiegare la teoria dei quanti. Era un momento in cui scienza, tecnica, e quindi anche letteratura, per virtù dei futuristi, stavano cambiando il modo di vedere il mondo. E Bigongiari, nel suo saggio, dice, che in quegli anni lì stava cambiando la percezione della realtà. La scienza ci stava facendo vedere che lo spazio, il tempo non erano quello che pensavamo, che la materia non era una cosa ferma, ma che c’erano i quanti: la materia è fatta di energia.
In quel momento, tra gli altri spunta un uomo che conosceva benissimo la letteratura prima di quel momento e che professa una letteratura nuova: nel momento in cui sta cambiando anche lo sguardo della scienza alla realtà, alla materia. Nel ’900 muore  Nietzske. In quegli anni comincia la sua attività Freud. E’ il momento in cui l’uomo sta cambiando lo sguardo fuori di sé e dentro di sé, e da Milano spunta Marinetti che dice: qui bisogna cambiare tutto.
E’ importante tenere presenti queste date per non isolare il fenomeno e ridurlo a una nuova stramberia.



INTRODUZONE AL MANIFESTO


Vediamo come Marinetti scrive introducendo il suo Manifesto.

Avevamo vegliato tutta la notte, i miei amici ed io. Sotto lampade di moschea dalle cupole di ottone traforate, stellate come le nostre anime, perché come queste irradiate dal chiuso fulgore  di
un cuore  elettrico.

Faccio notare una cosa. Il movimento subito si propone come un gruppo di amici. Va tenuto in mente perché tutta l’azione del futurismo sarà segnata dal fatto che Marinetti si metteva sotto la galleria Barbara Savini di Milano e lì, lui e gli altri, tenevano cartoline, come si usa nelle mostre, e si mettevano in relazione con un sacco di amici sparsi per l’Italia. E molti Manifesti sono firmati da più persone. Era un modo per rompere uno dei grandi tabù che ci portiamo dietro che è l’idea dell’autore, come del personalismo assoluto, dell’io dell’autore come un mammut, imbattibile.
Marinetti fin da subito dice: “io e i miei amici”. E sono veramente amici. Ci sono storie che sarebbe interessante riprendere se ne avessimo il tempo. Bisognerebbe, per esempio, vedere quando arriva la notizia della morte in guerra di uno di questi. C’era un legame vero tra loro. Questi giovani futuristi si muovevano per l’Italia con i treni di allora, che erano molto peggio di adesso, e si trovavano per le varie letture. Era una sorta di consorteria amicale: io e i miei amici.
Marinetti parla subito dopo di lampade di moschea. Si potrebbe dire: esotica questa immagine: si parla di moschea dalle cupole di ottone traforato, stellate come le nostre anime perché come queste irradiate  dal chiuso fulgore di un cuore elettrico… Ma Marinetti, come Ungaretti, è nato ad Alessandria d’Egitto. Appartiene a quella razza di italiani che ebbero vita e fortuna in queste zone dell’Africa. Quindi parlare di moschea per Marinetti non era esotico. Le lampade sono quelle che lui aveva visto, come racconta in vari brani sulla sua infanzia e delle passeggiate con la madre…
Il cuore è detto già elettrico fin dalle prime righe. L’elettricità era allora una cosa stupenda, stupefacente. A noi adesso non fa nessun effetto entrare in camera, accendere la luce. Ma all’inizio del ’900  non era così. Scrivere il “cuore elettrico” era un omaggio a una invenzione  recentissima come uso normale. Noi oggi forse diremmo “elettronico”.

avevamo lungamente calpestato su opulenti tappeti orientali la nostra atavica accidia
 
L’accidia è un crogiolarsi nell’inutilità, è lo stabilirsi inutili, magari anche soffrendone. E’ uno dei grandi peccati che Dante fustiga nell’uomo. L’accidia è la cosa peggiore per l’uomo, perché è il primo tradimento della sua dignità, è il primo modo con cui uno tradisce se stesso. E oggi credo che sia uno degli atteggiamenti più diffusi nel mondo.

discutendo davanti ai confini estremi della logica  e annerendo molta carta di frenetiche scritture.

Sono amici che stanno discutendo fino ai confini estremi della logica, calpestando l’accidia.

Un immenso orgoglio gonfiava i nostri petti, poiché ci sentivamo soli in quell’ora ad essere desti e ritti, come fari superbi o come sentinelle avanzate di fronte all’esercito delle stelle nemiche occhieggianti nei loro celesti accampamenti

C’è subito un’immagine guerriera, di veglia.
I futuristi si sentono orgogliosi di essere soli, non gli unici:

soli con i fuochisti che si agitano davanti ai forni infernali delle grandi navi, soli coi neri fantasmi  che frugano nelle pance arroventate delle locomotive  lanciate a pazza corsa, soli con gli ubriachi annaspanti con incerto batter d’ali lungo  i muri della città.

L’immagine è tipicamente baudelairiana: ubriachi lungo i muri della città: è Boudelaire.
Marinetti è l’autore che sta per negare tutto quello che viene dalla tradizione simbolista, ma lo fa usando quel materiale lì. Vuole andare oltre la poesia e la letteratura del suo tempo, ma lo fa utilizzandone le immagini, le allegorie. E non può che essere così.

Sussultammo ad un tratto all’udire il rumore formidabile degli enormi tranvai a due piani che passano sobbalzando, risplendenti di luci multicolori, come villaggi in festa che il posto abitato
scuote e sradica all’improvviso per trascinare fino al mare sulle cascate e attraverso i gorghi di un diluvio.
(Siamo a Milano: con i tram che passano).
Poi il silenzio divenne più cupo. Ma mentre ascoltavamo l’estenuato borbottio di preghiera del vecchio canale, lo scricchiolar delle ossa dei palazzi moribondi sulle loro barbe di umida verdura, noi udimmo subitamente ruggire sotto le finestre gli automobili famelici.
(“gli automobili”: al maschile, Perché non può essere maschile una cosa che si automovimenta?)
“Andiamo,  – dissi io – partiamo,  finalmente. La mitologia e l’ideale mistico sono superati. Andiamo, andiamo”.

Non molti anni dopo, quaranta, quarantacinque, uno scrittore,  Kerouac, disse: “Andiamo. Dove? Non lo so. L’importante è andare”.
La necessità di andare in Marinetti anticipa moltissimo quanto percepiscono tutti coloro che si sentono avanguardia: è la necessità di non stare dove si è. E’ un andare in cui magari non è chiaro dove si sta andando, ma che muove dalla necessità di non stare dove si è. E’ un andare che muove da una insoddisfazione più che da un’idea, da uno scopo.
Il futurismo, e Marinetti stesso, è tutt’altro che una sorta di blocco monolitico  che aveva già deciso di andare da “a” a “b”. Le stesso percorso di Marinetti è tutt’altro che lineare: non solo in campo politico.

Faccio solo una piccola parentesi sull’aspetto politico, perché non è questo il punto del tema di oggi.
Marinetti ha aderito  al fascismo nascente, qui a Milano, negli anni ’10/’20. Lui aderisce formalmente al fascismo tra il ’13 e il ’20. Poi esce dai Fasci.
Martinetti con i suoi amici del futurismo aderisce al fascismo in fase nascente, quando era ancora un movimento socialista. Tanto è vero che molti studiosi anche di allora dicono : “Ma chi sono questi fascisti e anche questi futuristi? Sono gente di destra , di sinistra, sono comunisti, sono socialisti? Cosa sono?”.
Voi sapete che la genesi del fascismo, che oggi viene fatto passare come un movimento di destra, invece, secondo le categorie che usiamo oggi, fu di sinistra.
Marinetti aderisce  a Mussolini che aveva conosciuto a Milano  dove dirigeva l’”Avanti”, il giornale socialista. Aderisce al fascismo nella prima fase sorgiva di tipo socialistico, per poi abbandonarlo, di fatto, nella fase intermedia, quando si consolidarono le linee più reazionarie e più pericolose del fascismo, più classicheggianti, romaneggianti dal punto di vista estetico. A questo punto  Marinetti, insieme  ai suoi amici, si distacca e si dimette dai Fasci. Continua una attività fiancheggiatrice di tipo nazionalista. Amava l’Italia.  Per questo amore all’Italia, sul finire della vita, soprattutto, dopo le varie delusioni che il fascismo gli aveva riservato, aderisce  alla Repubblica Sociale di Salò. Questo organismo nacque nella grande confusione della seconda guerra mondiale, quando Mussolini si ritirò lì e fondò la repubblica. Per quanto fosse piccola e scalcagnata, Marinetti vi vede un germe possibile di una Italia non più monarchica e forse di tipo socialistico utopico.
Il percorso di Marinetti rispetto al fascismo, e oggi gli studi l’hanno esplorato, è tutt’altro che di adesione meccanica e scontata. Se mai fu un entusiasmo iniziale, una delusione mantenuta negli argini di una osservazione, di una adesione patriottica, e un riavvicinamento verso la fine quando Marinetti decide di andare, oltre la normale età, volontario in Russia. Lì si ammala di quella malattia che lo fa morire nel ’44. Questo per dire che il suo rapporto con il fascismo è tutt’altro che ideale.  Sorel, Del Noce hanno degli scritti interessanti su questo.

Andiamo, - dico io – andiamo. Partiamo. La mitologia e l’ideale mistico sono superati. Noi stiamo per assistere alla nascita del centauro e presto vedremo volare i primi angeli. Bisogna scuotere le porte della vita (è una affermazione molto bella) per provarne i cardini e i chiavistelli. Partiamo. Ecco, sulla terra la primissima aurora. Non c’è cosa che agguagli lo splendore della rossa spada del sole che schermeggia per la prima volta nelle nostre tenebre millenarie.

Non c’è niente di più bello che l’alba. La moglie di Marinetti, Benedetta, nota il fatto che Marinetti all’alba si svegliava sempre o che aveva comunque una predilezione per l’alba.
Marinetti scrive perché, mentre è a casa con i suoi amici, mentre sente passare i tram, a un certo punto sente passare le automobili.

Ci avvicinammo alle tre belve sbuffanti per palparne affettuosamente i motori ed i petti. Io mi stesi nella mia macchina come un cadavere in una bara ( immagine strana, tipica della scapigliatura e di tutta  la poesia tardo simbolista, da prendere positivamente, nel senso di ‘alla perfezione’), ma subito risuscitai sotto il volante, lama di ghigliottina che minacciava il mio stomaco.  La furente scopa della pazzia ci strappò a noi stessi e ci cacciò attraverso le vie (sta raccontando in modo molto roboante e molto allegorico che partono in macchina) scoscese e profonde come letti di torrenti. Qua e là una lampada malata, dietro i vetri di una finestra, ci insegnava a disprezzare la fallace matematica dei nostri occhi perituri.

E’ il momento in cui la scienza sta insegnando a guardare le cose in un altro modo. La materia non è quella cosa che vediamo disposta apparentemente in modo chiaro ai nostri occhi.  Le cose non sono quelle che si vedono, non sono matematicamente quello che appaiono agli occhi. La realtà non è fatta di quello che vediamo appena con gli occhi. E’ fallace la matematica dell’occhio che vede. L’apparenza inganna, si potrebbe dire in maniera più banale.
Se uno va a vedere le opere dei maestri futuristi  vede che “donna con finestra” di Boccioni è un quadro  in cui la fallacia matematica dei nostri occhi è messa alla prova perché la percezione che noi abbiamo della presenza alla finestra della donna non è una percezione puramente fisica, puramente geometrica. Così le figure dei cavalli o dell’uomo che corre, le figure in movimento, non sono più viste da scultori e pittori futuristi nella loro esatta ginnastica, ma vengono visti contemporaneamente con tutti i movimenti. E’ un problema di simultaneità che poi verrà teorizzato. In questo raccontino della gita in macchina vediamo che vengono toccati aspetti profondi: “la fallace matematica ai nostri occhi”. Il futurismo fa una lotta fortissima contro la fallace matematica dello sguardo. Se vedi un uomo che cammina, non vedi solo l’uomo che cammina, ma tutti i suoi movimenti contemporaneamente.

Io gridai: “Il fiuto, il fiuto solo basta alle belve”.

C’è uno scardinamento della genealogia dei sensi. Non è lo sguardo, ma il fiuto che ci fa cogliere le cose.
In questo raccontino stiamo già muovendoci in direzione di un’arte totale. Non ci sarebbe la video arte, non ci sarebbero i video clip o il video music-hall senza i futuristi. Sono i primi che hanno dato avvio a un’opera d’arte totale in cui non ci sia la pittura che è per gli occhi, la poesia che è per le parole, la musica che è per le orecchie, ma una simultaneità e un confondersi delle gerarchie delle arti. Non a caso la pop arte ha mischiato le forme di espressione.
Tutto questo non ci sarebbe se Marinetti non avesse scombinato il campo in quel momento.

E noi, come giovani leoni, inseguivamo la morte dal pelame nero maculato di pallide croci che correva via per il cielo alto e violaceo, vivo e palpitante.

Tutto questo è un inseguire la morte.

Eppure non avevamo  un’ amante ideale che ergesse fino alle nuvole la sua sublime figura, né una regina crudele a cui offrire le nostre salme contorte a guisa di anelli. Nulla per voler morire se non il desiderio di liberarci finalmente dal nostro coraggio troppo pesante.

Questa è una frase micidiale. Dice: inseguivamo la morte e, a differenza dei poeti simbolisti, romantici, non facciamo tutto questo perché abbiamo un’amante ideale a cui offrirci, una regina
a cui dedicarci in tutte le poesie, in tutte le canzoni. Non abbiamo un idolo femminile a cui dedicarci: “morirò per te…”. Non c’è questo, non c’è l’omaggio alla donna fino alla morte. C’è l’omaggio alla morte per il desiderio di liberarsi del nostro coraggio troppo pesante.
Per definire questo non c’è altra parola, ed è stata usata per questo, che “mistica”. Prima si dice che è finito il tempo della mitologia e dell’ideale mistico: basta con l’ideale. E’ il tempo dell’azione, non del sogno. Ciò che è azione diventa mistica.
Marinetti  è un uomo che sente il suo stesso coraggio troppo pesante. Si vuole liberare di quello e perciò sta inseguendo ciò che lo libera dalla gravità di se stesso.

E noi correvamo schiacciando sulle soglie delle case i cani da guardia che si arrotondavano sotto i nostri pneumatici scottanti come solini (colletti inamidati) sotto il ferro da stirare. La morte, addomesticata, mi sorpassava ad ogni svolta per porgermi la zampa con grazia e quando a quando si stendeva per terra con rumore di mascelle stridenti, mandandomi da ogni pozzanghera sguardi vellutati e carezzevoli.

La morte addomesticata: questo è il grande tema non solo di Marinetti, ma di tutti i grandi intellettuali del Novecento. Che cosa vuol dire “addomesticata”? Vuol dire: che la morte non sarà il grande avversario, ma amica.

Usciamo dalla saggezza come da un orribile guscio

Questo è il grido di tutti i grandi filosofi, scrittori del Novecento: da Nietzche a Kafka: uscire dalla saggezza come da un orribile guscio.

 e gettiamoci come frutti pigmentati d’orgoglio

L’orgoglio fa riferimento, a parte che a Nietzche, a una dimensione volontaristica fortissima. L’orgoglio del volontarismo, di incarnare un nuovo tipo di uomo, o superuomo per Nietzche, o di uomo nuovo secondo l’ideologia del tempo, è veramente una volontà, uno sforzo grandissimo.
Gli studiosi dicono: “E’ mai possibile che quest’uomo, che nel 1905 sta girando i teatri professando e facendo conoscere la poesia simbolista, due anni dopo  fa un Manifesto che vuole essere tutto il contrario?” Evidentemente c’è una decisione, c’è una volontà fortissima di dire: “Ecco, quello è diventato vecchio, io faccio il nuovo”. E’ un atto di volontà. Questo in Marinetti si è concretato non solo con parole scritte, ma anche con una azione straordinaria: di editore, di educatore di giovani, di valorizzatore di energie altrui. Ha dilapidato il patrimonio paterno che era molto cospicuo spendendo  molti soldi per pubblicare lavori di gente sconosciuta, per permettere a musicisti di provare il loro talento. Era un grande imprenditore della cultura non solo per la propria promozione letteraria, ma anche per una grande promozione di altri.

entro la bocca immensa e torta del vento. Diamoci in pasto all’Ignoto (questa parola è nell’ultimo verso de I Fiori del Male) per trovare il nuovo. Non per disperazione, ma soltanto per colmare i pozzi profondi dell’Assurdo.      

La parola “Assurdo” è parola chiave. Pensate al dadaismo. Io credo, anche per aver letto le altre cose che ha scritto Marinetti, che l’Assurdo non è quello che l’uomo inventa, ma ciò che l’uomo stana nella vita. Lo chiama Assurdo perché non lo comprende nella misura dei comportamenti, passando dal piano dell’arte al piano della vita. Pensiamo a quanto è successo pochi giorni fa in Germania ove uno entra in un’aula e ammazza 17 persone. Si dice: “E’ assurdo!”. Si può fare il tentativo di capire perché un ragazzo ha fatto queste cose. Ma a un punto ci si deve fermare  e dire: “C’è dell’assurdo in questo”.
L’arte del Novecento ha presunto di potere e ha voluto allargare i propri confini fino a comprendere l’assurdo. E non ha avuto bisogno di inventare l’assurdo. L’assurdo fa parte del reale. Questi artisti l’hanno capito e lo hanno portato in evidenza, non l’hanno lasciato fuori dei territori dell’arte.
Invece sembrava che nel territorio dell’arte l’assurdo dovesse scomparire  perché c’è la forma che deve tornare sempre, come il sentimento. Qui invece si dice che l’assurdo fa parte di tutto il reale.

Avevo appena pronunciato queste parole che girai improvvisamente su me stesso con l’ ebrietà folle dei cani che vogliono mordersi la coda. Ed ecco a un tratto venirmi incontro due ciclisti che mi diedero torto, titubando innanzi a me come due ragionamenti , entrambi persuasivi e non di meno contraddittori. Il loro stupido dilemma discutevano sul mio terreno.

In questo prologo al Manifesto, Marinetti sta raccontando che uscendo di casa lui e gli amici vanno in macchina. Vengono loro incontro due ciclisti che (bellissima immagine), come i ragionamenti, procedono e vanno poi indietro. Con il loro stupido dilemma, discutevano sul mio terreno e mi davano noia. Lui che guida non capisce dove vanno.

Che noia! Auff! tagliai corto e per disgusto mi scaraventai con le ruote all’aria in un fossato.

Questo incidente è avvenuto effettivamente. Lui sta raccontando una cosa che è successa, ma traveste l’incidente del suo essere andato fuori strada per due ciclisti per dire tante altre cose. Ẻ evidentemente un uomo che ama il teatro.

Oh, materno fossato (Nessuno di noi avrebbe detto così. Ce la saremmo presa con il sindaco), quasi pieno d’acqua fangosa, bel fossato d’officina! Io gustai avidamente la tua melma fortificante (siccome doveva rovesciare il mondo, rovescia anche l’incidente, il fossato, la melma) e mi ricordò la santa mammella nera della mia nutrice sudanese. Quando mi sollevai, cencio sozzo e puzzolente, (chiama le cose con il suo nome) di sotto la macchina capovolta, mi sentii attraversare il cuore deliziosamente dal ferro arroventato della gioia (come gioia?). Una folla di pescatori armati di lenza, di naturalisti puntagrosi, tumultuava già intorno al prodigio (aveva dato spettacolo, no?).
Con cura paziente e meticolosa quella gente dispose alte armature di enormi reti di ferro per pescare il mio automobile, simile a un gran pescecane arenato.

Bellissimo! Nel 1909 non è che ci fossero tante automobili in giro come adesso, quindi è chiaro che l’automobile nel fosso era uno spettacolo epico: il mio pescecane arenato!

La macchina emerse lentamente dal fosso abbandonando nel fondo, come squame, la sua pesante carrozzeria di buon senso, le sue morbide imbottiture di comodità.

Marinetti sta parlando di sé. La macchina è emersa dal fossato e lasciò lì le borghese comodità: a questo spirito sempre si attenne Marinetti nella sua vita militante e lasciò le comodità borghesi che poteva avere. Lasciò lì il buon senso. L’incidente sta diventando il racconto della uscita dalla selva oscura, dantescamente la sua rinascita.

Credevano che fosse morto il mio bel pescecane, ma una mia carezza riuscì ad animarlo ed eccolo risuscitato, eccolo in corsa di nuovo sulle sue pinne possenti. Col volto coperto della buona melma delle officine (quindi con questa maschera), impasto di scorie metalliche che di sudori inutili, di fuliggini celesti, noi, confusi e fasciati le braccia, ma impavidi, dettammo le nostre prime volontà a tutti gli uomini vivi della terra.

L’ uomo che riemerge da questo grande cambiamento come da una grande rivoluzione, con la maschera nera, dà l’idea che è successo, è cambiato qualcosa. Quindi Marinetti riappare con la maschera nera.
Sono gli anni in cui Picasso dipinge le maschere africane. Teniamo presente che l’arte non avviene mai nel niente. In quindici anni Pablo Picasso cambierà la pittura contemporanea perché va a vedere in un museo una mostra di maschere africane. Allora comincia a disegnare anche la maschera umana in un altro modo. E pensiamo i volti di Modigliani: come sembrano, alle volte, maschere africane, lunghe come si rappresentano nei paesi africani.
Con la maschera nera Martinetti detta le sue volontà agli uomini, pur con le braccia fasciate.

Da questo punto inizia il vero Manifesto del Futurismo. Fino ad adesso c’è il prologo che racconta la genesi di questa rivoluzione



IL MANIFESTO

I. Noi vogliamo cantare la morte e il pericolo, l’abitudine all’energia e alla temerità.

Vorrei fermarmi un attimo sulla parola “pericolo” che suscita subito l’idea del mettersi a repentaglio.
Amare il pericolo significa fare cose strane per cui magari ci lasci le penne. Abbiamo così una considerazione povera del pericolo.
Vorrei ricordare che la parola “pericolo” fa parte, dal punto di vista della radice linguistica, della parola “esperienza”. Usiamo spesso questa parola: “fare un’esperienza”, “salvarsi per esperienza”, “avere esperienza”. Questa parola è importantissima, capitale nell’esperienza di ciascuno. Porta dentro di sé la radice di “pericolo”. Ogni esperienza, qualsiasi essa sia: di innamorarsi, di crescere, di iniziare un lavoro, è una vera esperienza se non è un solo passare delle cose sulla pelle, ma se è anche un pericolo, se c’è qualche cosa in gioco, se c’è un correre un rischio. Se non si corre un rischio, in cui si acquista qualcosa e si perde qualcos’altro, l’esperienza non è vera. Per questo è esperienza solo quella in cui in qualche modo uno sta giudicando cosa perde e cosa acquista. Se mentre vivi una qualsiasi cosa, che può essere una gita scolastica, come un grande amore, come la bevuta con gli amici, come la scoperta dell’Himalaya, se mentre vivi questa esperienza non stai comprendendo, non stai giudicando che cosa stai acquistando o perdendo nel rischio che vivi, non fai un’esperienza, ma passi il tempo con qualche cosa che non ti lascia niente in realtà.
Marinetti aveva ben chiara questo, e quando parla del pericolo, lo fa provocatoriamente. Ma parlando così delle cose estreme, sta richiamando l’idea dell’esperienza come qualcosa in cui si rischia. Il pericolo di cui parla Marinetti è tutto un pericolo morale e intellettuale.
I futuristi giravano tutti i teatri d’Italia e alla fine tiravano calci, ma non è che rischiavano qualche cosa. Poi alcuni andando in guerra rischiarono (non erano però terroristi, non erano le B.R.), non erano di quelli che solo teorizzavano il pericolo, lo seguivano. Non erano però un movimento di avanguardia politico, violento. Affrontavano un pericolo morale e intellettuale.
Marinetti parla poi di abitudine all’energia, come fatto abituale. Questa abitudine all’energia e alla temerità vuole combattere.

II. Il coraggio, l’audacia, la ribellione, saranno elementi essenziali della nostra poesia .

Parla della poesia, ma di una poesia che diventa azione.   

III.  La letteratura esaltò fino ad oggi l’immobilità pensosa, l’estasi e il sonno.

La poesia fino ad oggi ha pensato il poeta un immobile pensoso che sta lì e pensa. Da lì nascono come partorite le poesie. L’estasi, o il sonno come luogo dei sogni, è come il compimento dell’esperienza poetica, sia per il poeta come per il lettore.

Noi invece vogliamo esaltare il movimento aggressivo, l’insonnia  febbrile, il passo di corsa, il salto mortale, lo schiaffo e il pugno.

Infatti i testi che il futurismo produrrà avranno l’effetto dello schiaffo e del pugno rispetto alla letteratura precedente.

IV. Noi affermiamo che la magnificenza del mondo sia arricchita di una bellezza nuova, la bellezza della velocità.

Per noi oggi non è strana questa affermazione, ma dovete pensare come lo era per allora, per il mondo che poco prima era andato a cavallo, poi in bicicletta. Poi spuntano le automobili, gli aeroplani. E’ un cambiamento straordinario. Ma non si può ridurre questo amore per la velocità a un puro amore tecnologico, a una specie di innamoramento di queste nuove forme. E’ semmai un’accentuazione di un altro tipo di metodo, di movimento intorno all’arte.

Un’ automobile da corsa con il suo cofano adorno (questo termine fece arrabbiare molti) di grossi tubi simili a serpenti, dall’alito esplosivo… un’automobile ruggente, che sembra correre sulla mitraglia,  è più bella della Vittoria di Samotracia  (la famosa Nike di Samotracia).

Questo era un andare a demolire l’omaggio abitudinario all’arte, all’opera bella per eccellenza. Un’automobile, si dice, una nuova cosa, può essere più bella di quella.

V. Noi vogliamo inneggiare all’uomo che tiene il volante (uomo che guida: la storia, la propria vita) la cui asta ideale (il volante) attraversa la Terra,lanciata a corsa, esse pure, sul circuito della sua orbita.

E’ straordinaria l’immagine del volante che perfora la terra che, lei stessa, è in movimento.

VI. Bisogna che il poeta si prodighi, con ardore, sfarzo e munificenza, per aumentare l’entusiastico fervore degli elementi primordiali.

Non importa niente l’interiorità del poeta: che versi le sue lacrime, i suoi sentimenti e lamenti.  Interessa che l’opera del poeta aumenti l’entusiastico fervore degli elementi primordiali della natura e della vita. Non c’è bellezza se non nella lotta. Nessuna opera che non abbia un carattere aggressivo può essere un capolavoro.
Questa affermazione può sembrare quasi paradossale. Il  carattere aggressivo di un’opera d’arte! Dobbiamo aiutarci a capire, perché stiamo parlando di estetica. Troppo facilmente Marinetti dice che qualsiasi capolavoro ha un carattere aggressivo?.
La Divina Commedia ha un carattere aggressivo perché è assolutamente contraria a quanto riassume tradizioni precedenti, all’estetica del suo momento. Gli accademici di Bologna, i più importanti del Trecento, sconsigliano a Dante di scrivere in volgare. E Dante invece aggressivamente segue la sua direzione, sperimentalmente va dall’altra parte. Un capolavoro ha sempre un aspetto aggressivo in questo senso. Ha ragione Marinetti.

VII.  Non v’è più bellezza se non nella lotta. Nessuna opera che non abbia un carattere aggressivo può essere un capolavoro. La poesia deve essere concepita come un violento assalto contro le forze ignote per ridurle a prostrarsi davanti all’uomo.

Qui Marinetti è dentro l’ipotesi di quell’epoca: stiamo scoprendo l’elettricità. Stiamo scoprendo i quanti. L’uomo si illude molto fortemente in quel momento di poter ridurre tutto il potere della natura: posso imbrigliare l’elettricità, come adesso molti si illudono di potere imbrigliare il cervello, il DNA. L’illusione scientista, di cui Marinetti fa in qualche modo parte, prende molti uomini nel momento in cui vedono le possibilità di certe scoperte. Poi succede, come è successo recentemente in Italia, un fatto come quello di Eluana Englaro in cui si dimostra che la vita è un mistero. E se cerchi di comprenderla solamente a livello di DNA, non la comprendi.

VIII. Noi siamo sul promontorio più estremo dei secoli !...

Era un’epoca in cui si sentiva così. C’era stata la rivoluzione bolscevica nel ’17, e tanti si sentivano in un momento di svolta.

Perché dovremmo guardarci alle spalle, se vogliamo sfondare le misteriose porte dell’impossibile? Il Tempo e lo Spazio morirono ieri.

Questa affermazione che Marinetti fa in ambito estetico letterario  è una cosa che Einstein aveva scoperto e scritto  venti anni prima dicendo che il tempo e lo spazio come erano stati concepiti fino a un momento prima, non erano così. I rapporti erano diversi.

Noi viviamo già nell’Assoluto, perché abbiamo già creato l’eterna velocità onnipresente.

IX. Noi vogliamo glorificare la guerra -  sola igiene del mondo -  (Queste sono le frasi più famose e incriminate del Manifesto), il militarismo, il patriottismo, il gesto distruttore dei libertari, le belle idee per cui si muore e il disprezzo della donna.

Su questo punto IX si è concentrata tutta la polemica antifuturista perché  Marinetti vuole la guerra igiene del mondo, la distruzione, il disprezzo della donna.
E’ il peggio del peggio: guerrafondaio e contro la dignità umana.
Bisognerebbe leggere altri brani, ma adesso non c’è tempo. Sulla questione della guerra come igiene del mondo, Marinetti sta dando un giudizio storico, come tanti altri ideologi del tempo, per cui le forze, i movimenti  messi in campo dalla società di massa possono trovare momenti di soluzione  e di ricomposizione solamente attraverso la guerra.
Tutte le cose sono messe in gioco: il mercato, le ideologie, i grandi mutamenti, i grandi disagi psicologici. Molti pensavano e pensano che possono avere un momento di rinnovamento o di igiene, di riposizionamento, solo attraverso una guerra. Quante volte sentite per la strada gente che dice: “Ci vorrebbe la guerra!”. Non perché amano la violenza, la morte, la distruzione,  ma perché si ritiene da loro che a un certo punto le pulsioni presenti nella società, i dissidi tra interessi e anche i disagi tra le varie classi sociali, tutte queste cose che sono parte di una società di massa, non riuscendo a comporsi in altro modo, abbiano “bisogno” (diciamo così ) di una guerra per risistemarsi.
Questo è il motivo per cui in molti casi sono nate le guerre. I potenti di quel momento, non riuscendo più a governare le dinamiche delle società, le hanno risolte portandole in guerra.
Marinetti non sta parlando differentemente da quello che hanno fatto i  presidenti degli Stati Uniti, della Russia, della Germania suoi coetanei. Non è un matto che va pensando che la guerra faccia bene alla gente. Sta ragionando dal punto di vista della sociologia sul fatto, probabilmente, che sembra che la società di massa non sia in grado di tenersi, di comporsi e che ogni tanto un conflitto debba rimettere a posto le cose.
E’ un pensiero terribile, ma meno irrealistico di quello che sembra, o, meglio, meno violento di quello che sembra.
Marinetti era fondamentalmente un anarchico libertario, patriottico ma libertario, anarchico, e si augura un gesto distruttore dei libertari.
Così è contro il moralismo e vuole il disprezzo della donna. Qui le signore si sentono disprezzate. In realtà, se andate a vedere gli scritti che approfondiscono queste cose,  Marinetti, che non disprezzava le donne, anzi, tutt’altro se mai, non intende qui parlare di disprezzo della donna. Ha disprezzo contro l’immagine della donna  che in quel momento era stata data.
Se andate a vedere il suo scritto più importante, che è quello contro il Parlamentarismo, trovate alcune frasi in cui Marinetti addirittura è uno dei primi che si programma per il suffragio universale. Altro che disprezzo della donna! L’immagine della donna che fino a questo punto era stata data della donna era deleteria. E’ contro quella donna che va. Non solo tante donne furono futuriste e c’è pure un Manifesto delle donne futuriste,  ma Marinetti vuole anche operare per una donna che abbia la stessa educazione degli uomini, la stessa dignità, lo stesso voto.
Lui dice: “E’ della donna trattata come fino a adesso che non ci possiamo fidare, della donna come l’hanno confezionata con una certa retorica, con una certa ipocrisia”. Su questo Marinetti ha delle pagine molto acute. Lui ce l’ha con i femministi perché dice che vogliono fare i femministi, ma mantenere la famiglia. Va a braccare un certo femminismo facile, per fare un discorso sulla donna più forte di quello che stava facendo il femminismo in quel momento.
Poi continua con un altro punto controverso.

X. Noi vogliamo distruggere i musei, le biblioteche, le accademie di ogni specie, combattere contro il moralismo, il femminismo e contro ogni viltà opportunistica e utilitaria.

In genere viene messo l’accento su alcune cose del futurismo. Marinetti dice: “vogliamo andare contro ogni viltà opportunistica e utilitaria”. E’ un grande impegno morale. Di opportunismo e utilitarismo l’Italia è ammalata ancora oggi.
Dice: “vogliamo distruggere i musei e le biblioteche”. Chi dice così è un editore, non è uno che odia i libri. Evidentemente ce l’ha contro una certa museificazione della cultura, una certa sistemazione della cultura in schedari che la uccidono. Perché quando anche hai schedato tutti i libri non serve se non hai più nessun motivo per leggerli; non serve una bella biblioteca, se non c’è più letteratura. E’ inutile avere  infiniti libri nelle biblioteche e nessuno più che leggendo un libro si appassioni a leggerlo. Ed è il rischio che oggi corriamo molte volte. Hai un bel museo, ma più nessuna educazione all’arte.
Questa morte nella conservazione della cultura faceva imbestialire Marinetti ed era esattamente il contrario di quello che stava facendo lui. Certamente il futurismo non fu né museale, né bibliografico in senso deleterio, ma era essenzialmente un movimento vitale: libri, relazioni, amicizia, critica, tutto coincideva, tutto stava insieme. Marinetti non poteva sopportare che un’opera d’arte fosse conservata in un museo, che non ci fosse un’azione dell’opera d’arte.  In questo senso lui, che sembra distruttivo, è invece assolutamente propositivo.
Pensate al dibattito e al movimento di oggi su arte e musei. Si sente la necessità di rinnovare i musei. Il successo delle grandi mostre alle volte si ottiene con lo spostamento di pochi chilometri di opere che sono nei musei. Questo vuol dire che i musei hanno fallito una certa intenzione e per inventare la fruizione dell’arte bisogna inventarsi delle soluzioni per invitare alle mostre. Per il fatto che all’Accademia di Brera sono stati esposti due o tre quadri di Caravaggio, che è un nome che attira, la gente ha scoperto che cos’è l’Accademia di Brera dove ci sono dei capolavori straordinari. Ma hanno dovuto demuseificare il museo per renderlo vivo. Quindi Marinetti aveva ragione. Oggi ce ne accorgiamo molto di più. Pensate al successo dell’arte performance. Qualche volta bisogna andare dove c’è la gente e non aspettare il contrario.

XI. Noi canteremo le grandi folle agitate dal lavoro, dal piacere o dalla sommossa: canteremo le marce multicolori e polifoniche delle rivoluzioni nelle capitali moderne; canteremo il vibrante fervore notturno degli arsenali e dei cantieri, incendiati da violente lune elettriche; le stazioni ingorde, divoratrici di serpi che fumano; le officine appese alle nuvole per i contorti fili dei loro fumi;

Pensate a quanta lettura delle metropoli è nata, a quanto cinema che ha a che fare con queste cose qui.

i ponti simili a ginnasti giganti che fiutano l’orizzonte, e le locomotive dall’ampio petto, che scalpitano sulle rotaie, come enormi cavalli d’acciaio imbrigliati di tubi, e il volo scivolante degli aeroplani, la cui elica garrisce al vento come una bandiera e sembra applaudire come una folla entusiasta. E’ dall’Italia che noi lanciamo pel mondo questo nostro manifesto di violenza travolgente e incendiaria col quale fondiamo oggi IL FUTURISMO perché vogliamo liberare questo paese  dalla sua fetida cancrena di professori, d’archeologi, di ciceroni e d’antiquari.

Questo accento sull’Italia, va detto subito, è tutt’altro che un nazionalismo bieco e gretto. E’ l’amore di un uomo italiano, nato all’estero, che ritiene l’Italia la cosa più bella che ci sia, l’Italia sempre ferita, ma sempre viva.
Gli italiani che girano il mondo in ambito culturale, se uno non è scemo o utopico ideologico, comprendono l’orgoglio dell’essere italiani vedendo l’arte del Novecento nel mondo, molto legata al futurismo.   Vedi all’estero Boccioni o altri pittori del suo movimento importanti e capisci l’influenza dell’arte futurista.  Pop-Art senza Marinetti non sarebbe esistita. Non siamo noi a dirlo, lo dicono loro.
Possiamo dire con orgoglio serio: l’Italia ha dato qualcosa. Non è vero che l’Italia del Novecento è una cenerentola e basta. E forse l’unico movimento d’arte internazionale nel Novecento è nato da Marinetti. E’ in un giornale francese che si scrive: “E’ dall’Italia che è nato questo movimento. Avete copiato e assunto la paternità di queste idee, ma dall’Italia è cominciato, anche se annunciato da  Le Figaro”.

Già per troppo tempo l’’Italia è stata un mercato di rigattieri. Noi vogliamo liberarla dagli innumerevoli musei che la coprono tutta di cimiteri innumerevoli.
Musei e cimiteri identici veramente per la sinistra promiscuità di tanti corpi che non si conoscono. Musei, dormitori pubblici in cui si riposa per sempre accanto ad esseri odiati o ignoti.

Fa effetto questo. Uno va nei musei e trova un artista la cui opera è messa lì, magari accanto a quella di un altro artista che lui non solo odiava, ma che non conosceva per niente. Uno strano destino.

Musei, assurdi macelli di pittori e scultori che vanno trucidandosi ferocemente e colpi di colori e di linee lungo le pareti contese. Che ci si vada in pellegrinaggio una volta all’anno come si va nel camposanto nel giorno dei morti, ve lo concedo. Che una volta all’anno sia deposto un omaggio di fiori davanti alla Gioconda ve lo concedo. Ma non ammetto che si conducano quotidianamente a passeggio per i musei le nostre tristezze, il nostro fragile coraggio, la nostra morbosa inquietudine.
Perché volersi avvelenare? Perché volere imputridire? E che mai si può vedere in un vecchio quadro se non la faticosa contorsione dell’artista che si sforzò di infrangere le insuperabili barriere poste al desiderio di esprimere interamente il suo sogno?

E’ interessante vedere come Marinetti parla di un quadro. Sembra una cosa negativa. Ma pensate: sta parlando di se stesso. Dice che cosa si vede in un quadro se non la contorsione, lo sforzo, di chi provò a infrangere, a superare le barriere? Non è quello che sta facendo lui? Non sta parlando in realtà dell’antico quadro come di quello che sta facendo lui? E perché – dice -- guardare il vecchio sforzo; guardiamo il nuovo. Questo non squalifica lo sforzo dell’artista antico, anche se lo sembra.
In realtà c’è una connessine: il suo sforza è il mio sforzo, è lo stesso.

Ammirare un quadro antico equivale  avversare la nostra sensibilità in un’urna funeraria  invece di proiettarla lontano con violenti gesti di creazione e di azione.

Bearsi solo di un quadro antico significa buttare la nostra sensibilità nel passato invece che proiettarla nel futuro.
Questa affermazione può sembrare un denigrare l’arte antica, e in parte lo è, ma c’è l’aspetto di una concezione dell’esperienza estetica che è giusta. Se uno si bea solo nel passato e mette la sua serenità solamente nel passato, vuol dire che non ha futuro. Dico da poetastro: se io mi facessi solamente la lettura di Leopardi, e mi beassi di Leopardi, e non facessi i conti con la poesia che si sta facendo adesso e che sarà la poesia di domani, non mi coltiverei adeguatamente come artista.

Volete dunque sprecare tutte le forze migliori in questa eterna inutile ammirazione del passato da cui uscite talmente esausti, diminuiti e calpestati? In verità vi dichiaro che la frequentazione quotidiana dei musei, delle biblioteche, delle accademie, cimiteri di sforzi vani, calvari di sogni crocifissi, registri di slanci stroncati, è per gli artisti altrettanto dannosa che la tutela prolungata dei parenti per certi giovani, ebbri dei loro ingegni e della loro volontà ambiziosa. Per i moribondi, per gli infermi, per i prigionieri, sia pure. L’ammirabile passato è forse un balsamo per il loro mali poiché per essi l’avvenire è sbarrato. Ma noi non vogliamo più saperne del passato, noi giovani e forti futuristi. E vengano dunque gli allegri incendiari della vita carbonizzata. Eccoli, eccoli!  Impugnate picconi, e scuri, martelli, e demolite senza pietà le città venerate.

C’è una grande enfasi sulla distruzione, evidentemente per una ricostruzione. Il futurismo, a differenza di altri grandi movimenti  artistici e ideologici, ha una grande forza corrosiva, ironica e distruttiva, ma in virtù di una grande forza propositiva che invece ad altri movimenti manca.
Sicuramente Marinetti era un distruttore per costruire, non per annichilire. Non c’è mai cinismo, scetticismo distruttore nella parola di Marinetti. C’è sempre una distruzione feroce, anche sbagliata per certe motivazioni, ma sempre per una costruzione. C’è un credito al futuro, non un discredito e basta del passato.

I più anziani tra noi hanno trent’anni. Ci rimane dunque almeno un decennio (quasi profetico!) per compiere l’opera nostra. Quando avremo quarant’anni, altri uomini più giovani e più validi di noi ci gettino pure nel cestino, come i manoscritti inutili. Noi lo desideriamo. Verranno contro di noi i nostri successori  

E’ interessante che un avanguardista, a differenza delle avanguardie a metà del Novecento, sa già che il suo destino non sarà ossificarsi, rimanere avanguardista sempre, come certi personaggi patetici di metà Novecento che si crederanno avanguardisti anche a novant’anni. Lui sente che arriveranno altri giovani che getteranno nel cestino i futuristi. In questo c’è una strana generosità, perché nessun artista dice volentieri : “Quelli che verranno dopo di me mi buttino via”.
C’è in Marinetti una strana generosità che poi la storia ha dimostrato.

cantando sulla cadenza lattea i loro primi canti o tendendo dita adunche di predatori e fiutando caninamente le porte delle accademie dove l’odore delle nostre menti in putrefazione già promesse alle catacombe delle biblioteche.

Sa che anche il suo destino sarà la biblioteca, lo prevede già e dice: “Ci buttino via”.

Ma noi non saremo là. Essi si troveranno alfine, in una notte d’inverno, in aperta campagna, sotto una triste tettoia tamburellata da pioggia monotona e ci troveranno accoccolati davanti ai nostri aeroplani, trepidanti e nell’atto di scaldarci le mani al focherello meschino che daranno i nostri libri di oggi, fiammeggiando sotto il volo delle nostre immagini. Essi tumultueranno intorno a noi ansando per angoscia e per dispetto, e tutti, esasperati al nostro superbo instancabile ardire, si avventeranno per ucciderci, spinti da un odio tanto più implacabile in quanto che i loro cuori saranno ebbri di amore e di ammirazione per noi.

E’ una strana profezia che in realtà si è avverata perché i futuristi hanno avuto tanta canea contro
esattamente da coloro che volevano essere loro la nuova avanguardia. Quindi c’è una sorta di ammirazione – odio.

La forte e sana ingiustizia scoppierà rabbiosa nei loro occhi. L’arte infatti non può essere che violenza, crudeltà ed ingiustizia. I più anziani fra noi hanno trent’anni eppure noi abbiamo già sperperato i tesori, mille tesori di forza, di amore, di audacia, d’astuzia, di rude volontà. Li abbiamo gettati via impazientemente, in furia, senza contare, senza mai esitare, senza riposarci mai: a perdifiato.

E’ una descrizione della sua vita. Marinetti vivrà così, a perdifiato.

Guardateci: non siamo ancora spossati. I nostri cuori non sentono ancora alcuna stanchezza perché sono nutriti di fuoco, di odio, di generosità. Ve ne stupite? E’ logico, perché voi non vi ricordate nemmeno di avere vissuto (è una frase tremenda). Ritti sulla cima del mondo noi scagliamo una volta ancora la nostra sfida alle stelle.

La nostra sfida alle stelle: questo è il leitmotif di tutta la grande poesia e arte. Lo aveva fatto Mallarmè, poi lo diranno altri, lo dirà Nietzsche: l’uomo sfida le stelle.     

Ci opponete delle obbiezioni? Basta, basta: le conosciamo. Abbiamo capito. La nostra bella e mendace intelligenza ci afferma che noi siamo il riassunto e il prolungamento degli avi nostri.
Forse. Sia pure. Ma che importa? Non vogliamo intendere.

Se volete ridurci ad essere solamente un prolungamento dei nostri avi, noi non vogliamo intendere.

Guai a chi ci ripeterà queste parole infami. Alzare la testa: ritti sulla cima del mondo. Noi scagliamo una volta ancora la nostra sfida alle stelle.

E qui finisce il Manifesto. Poi avrà infiniti prolungamenti, infinite rielaborazioni, infinite diramazioni in tantissimi manifesti sui vari tipi di arti: sulla pittura, sulla scultura, sulla letteratura.
Qualcuno ha detto che il futurismo ha inventato l’arte di fare manifesti. Ha prodotto un’enorme quantità di manifesti che sono tutt’altro che degli algidi sentimenti sull’arte, o raccomandazioni tecniche. Sono evidentemente un’antropologia che si esprime. E questi manifesti del futurismo sono, in qualche modo, un’opera d’arte in senso stretto. Non sono solo riflessioni sulla storia dell’arte.



L’ULTIMA PASSEGGIATA

Vorrei leggervi l’ultima cosa scritta da Marinetti.
Sulla questione della donna, per chiarire, serve leggere il Manifesto sul partito antiparlamentare.
Marinetti, come detto, muore nel ’44. La moglie, Benedetta, anche lei artista futurista, parla della morte di Marinetti nella prefazione che fa alla sua ultima opera “Quarto d’ora di poesia della Decima mass”. Decima mass è una formazione militare, legata alla Repubblica sociale. Ne fa parte Marinetti volontario, che ritorna ammalato dalle nevi di Russia della seconda guerra mondiale.
Un uomo che ha predicato l’azione in arte e poi va volontario in guerra vive una coerenza evidente.
Sarebbe stato strano, puramente intellettuale il concepimento dell’arte come azione, se lui non fosse stato anche a fianco dei soldati che combattevano per  il destino della patria.

La moglie scrive.

1° dicembre. L’alba, dietro i monti del nostro Lago di Como, sollevava appena le tenebre. Marinetti fu sveglio (la moglie chiama il marito per cognome, al modo antico). Marinetti rifuggiva da queste ore di trapasso della notte al giorno; così, per abitudine, accendeva molte lampade e parlavamo. Quell’alba parlò a Marinetti. Scagliò contro la fuliggine sporca che opprimeva il cielo d’Italia, rancore, dolore, fede, e il suo dramma.

Siamo in momenti drammatici per l’Italia. Nel ’44 c’è la guerra. Non si capisce dove si stia andando. E Marinetti esprime il suo dolore alla moglie, il giorno prima di morire.

Ritornando dal fronte sul Don dove 30 gradi sotto zero avevano leso il suo cuore, in 23 mesi pazienza, speranza e volontà di guarire avevano potenziato, chiarificato e sublimato al massimo le proprie possibilità spirituali, ma sempre in pericolo mortale per ogni sforzo fisico. Marinetti poteva solo essere pensiero azione. Concluse: “Benedetta, fammi uscire da questo tormento, altrimenti muoio”.
Simili stati d’animo gli nocevano; mi chiese un calmante. Si assopì.
La cima del monte Crocione era già imbevuta d’oro e le pallide nebbie su Cadenabbia vinte quando si svegliò. Marinetti guardò felice al sole, al giorno luminoso, nitido, senza decoro di foglie
ingioiellate dall’aria rigida, cesellate in ogni tono e forma. “Sono contento – disse -: nel dormiveglia ho precisato un poema per l’Italia”.
Quando il sole era alto scese a riva lago, dove l’acqua madreperla, rosa, viola si sforzava di plagiare trasparenze blu caprese. Ricordi di vita solare. Ora la fuga a toni degradanti dolcissimi di promontori portava lo sguardo in alto, al candore delle nevi circonfuse di luce e di azzurro.

E’ la moglie che guarda l’ultima passeggiata del marito.

Marinetti fu a lungo assorto. Costruiva un suo nuovo libro sul paesaggio manzoniano. Lo stupì e interessò un volo opaco, pesante, cieco: andava e tornava a fior d’acqua, davanti alla nostra ringhiera un piccolo pipistrello fuori tempo e luogo. Segnava forse già la pausa nera del destino.
Poi, scolaro diligente, compito d’esame bene eseguito, volle proprio scrivere lui il Poema della Decima mass e proprio volle, sul quaderno della primogenita vittoria, incitamento, gara, colla esuberante giovinezza tormentata e altalenante tra indolenza  e oriente, tra letteratura e passione, azione e vita, universitaria aspirante ausiliaria.” Come me – diceva - . Sono responsabile. Sei il mio ritratto”. Lesse a lei e a me il suo poema. Finita la breve cena, un libro in mano di una signora belga, scatenò in lui una delle tipiche conversazioni monologo in francese: essenza della poesia, del romanzo, universalità, visione stilistica, psicologia, immaginazione, primato italiano.
All’una e venti del 22 dicembre la sua voce calma mi chiama: “Scusami. Già sveglia. Ho voluto lavorare troppo intensamente e ho un po’ di affanno”. La crisi precipita. Il cuore si bloccava. Mi guardò concentrando nello sguardo la sorprendente potenza di pensiero disperato interrogante, mentre la bocca disegnava un inespresso, un violento canto alla vita. Io mi concessi un sorriso per confortarlo, e fu nel cielo dalla notte lunare. Marinetti, lo hai detto alle stelle conquistate a vent’anni con il tuo primo libro, il tuo ultimo canto. Il tuo pensiero lo hai consegnato al cuore divino, velocemente. Come sapevi tu cancellare le distanze terrestri dal nord al sud, da continente a continente, sei passato oltre il fronte della vita. Lottando per l’Italia con la tua arma che crea e non uccide.

Il sentimento della violenza futurista è un’arma che  crea e non uccide.

E la sapevi mirabilmente usare, vincendo per la poesia una nuova quota.

E’ bellissima questa immagine come di scalatori che vanno sopra gli 8.000: hai vinto la nuova quota per la poesia.

Sei partito da noi, come partivi in guerra, per agire. “Finalmente – dirai – posso senza divieti e limiti, ispirare, proteggere e  guarire la nostra adorata Italia, ferita, ma immortale”. Gli avevi dato fantasia, idea, sentimenti, volontà, obbedienza, sofferenza, disperazione, non potendole dare sul campo di battaglia, soldato, il tuo sangue; il tuo cuore si è fermato. Ma adesso il tuo sangue ha seminato i campi del cielo il 2 gennaio, per i fiori della primavera italiana L’hai promesso con questo poema ai sodati della nostra Italia repubblicana.

E’ poi riportato, in due paginette che leggo,  questo ultimo poema che si chiama “Quarto d’ora di poesia  della Decima mass”. Lo leggo anche come esempio di questa prosa poetica futurista che ha influenzato tutta la letteratura italiana: Palazzeschi, Covoni, lo stesso Ungaretti.
Tutta la grande poesia del Novecento deve fare i conti con questo mettere le parole in libertà, con tutte le tecniche marinettiane di creazione della poesia: la simultaneità, lo slegare i nessi. Tutte cose che, come ha osservato la critica, i poeti avevano fatto anche prima. Mallarmé aveva già rotto i legami normali nella poesia, e Boudelaire aveva parlato di certe cose violentemente in poesia. Marinetti non  inventa molto da questo punto di vista. Lui inventa l’invenzione di se stesso, di un poeta che mette in secondo piano totalmente il proprio io lirico e parla a omaggio della realtà. Parla a omaggio delle cose e del movimento delle cose. Questo il poeta che in qualche modo Marinetti fa emergere assolutamente, oltre le invenzioni formali.


QUARTO D’ORA DI POESIA DELLA DECIMA MASS

Saliti nel tuo carro aereo poeti, e via si va finalmente a farsi benedire dopo tanti striduli fischi di ruote rondini che dicogamano i lambicchi di ventosi pessimismi. Guasto il motore: fermarsi fra italiani. Ma voi, voi ventenni siete ormai famosi renitenti alla leva dell’ideale. E tengo a dirvi che spesso si tentò assolvervi accusando l’opprimente pedantismo di carta bollata burocrazia e divieti censure formalismi meschinerie e passatismi torturatori con cui impantanarono il ritmo bollente adamantino del vostro volontariato sorgiva a mezzo del campo di battaglia.
Non vi grido “arrivederci in paradiso” che lassù vi toccherebbe ubbidire all’infinito amore purissimo di Dio, mentre ora voi smaniate dal desiderio di comandare un esercito di ragionamenti.
E perciò: avanti autocarri. Urbanismo, officine, banche e campi arati andare andate a scuola da questi solenni professori di sociologia, formiche, termiti , api, castori.

Qui Marinetti sta dicendo che le banche, le officine, le città, i campi devono obbedire, imparare, andare a scuola da questi ragazzi.

Io non ho nulla da insegnarvi, mondo come sono da ogni quotidianismo e faro di un aereo poesia fuori tempo e spazio.

Parla di sé e dice: “Io sono ormai fuori della mischia. Sono un faro di un aereo poesia fuori tempo spazio”.

I cimiteri dei grandi italiani slacciano i loro muretti agresti nella viltà dello scirocco e danno iraconde scintille crepitano impazienti di polveriera senza dubbi esploderanno esplodono morti unghiuti; dunque autocarri, avanti. Voi, ponchieresti, franatori del passo calcolato, voi becchini cocciuti nello sforzo di seppellire le primavere, entusiasti di gloria, ditemi: siete soddisfatti di aver potuto cacciare in fondo fondo al vostro letamaio ideologico la fragile deliziosa Italia ferita che non muore? Autocarri avanti. E tu non distrarti dal gomitolo del tuo corpo ardito a brandelli che la rapidità crudele vuol sbalestrarti in cielo prima del tempo. Scoppia un cimitero di grandi italiani e chiama: fermatevi volontisti  italiani: fermatevi, fermatevi, avete bisogno di tritolo.

Qui è come una grande eco a Foscolo, a I Sepolcri.
     
Ve lo regaliamo noi, noi, ottimo tritolo estratto dal midollo dello scheletro. E sia quel che sia: la parola ossa si sposi con la parola fossa che la rima vetusta frusti le froge dell’avvenire accese del biondeggiante fine di un primato. Ci siamo finalmente, e si scende in terra quasi santa. Beatitudine scabrosa di colline inferocite sparano. Libera lunghe corde tese che i proiettili strimpellano la voluttuosa prima linea di combattimento ed è una tuonante cattedrale coricata a implorare Gesù con schianti di petti lacerati (sono i volontari morti). Saremo, siamo, inginocchiate mitragliatrici accanto a carni palpitanti di preghiera. Bacio, ribacio le armi chiodate di mille, di mille cuori, tutti traforati dal veemente oblio eterno.

Questa è l’ultima opera che scrive Marinetti, la notte prima di morire: un omaggio a qualche cosa di futuro che non deve essere fermato e che è capace anche del sacrificio di morire in guerra, cattedrale distesa che prega con i petti squarciati. Immagine poetica stupenda.
Marinetti, salvo come in punti come questo, non è stato un eccelso poeta, un eccelso scrittore. In molte opere è cascante, ridondante, ripetitivo, come un po’ gli imponeva la figura di agitatore. Non badava troppo alla qualità per agitare con le opere.


CONCLUSIONE

Il futurismo, almeno per le cose che abbiamo letto oggi, è sicuramente un dei grandi movimenti culturali italiani che ha prodotto e che cerca ancora di movimentare un certo orgoglio propositivo nel guardare al futuro dell’Italia.
Oggi, in questi tempi in cui sul futuro grava una specie di ipoteca strana, la voce di questi uomini, per quanto da filtrare con giudizio critico storico, è senz’altro qualche cosa di salutare, mentre sul futuro sembra gravare una noia lamentosa.



NEL DIALOGO CON GLI STUDENTI


Rondoni

Immagino che per tutti le cose dette sono nuove. O c’è qualcuno che le ha studiate a scuola?
Immagino che ne avete sentito parlare qui per la prima volta e questo crea un disagio per porre domande.
A volte capita nelle scuole che per seguire programmi di taglio storicistico non si esaurisce l’arco della conoscenza né si approfondiscono i temi maggiori. Non ha senso farlo. E’ meglio fare poche opere bene piuttosto che un percorso fatto male e anche incompiuto.

Marinetti fu interventista. Voleva che l’Italia entrasse in guerra, nella prima guerra mondiale, come la maggior parte degli italiani. Noi oggi ragioniamo sempre della guerra con una distanza storico critica per cui ci sembra che chi ha voluto la guerra è sempre dalla parte del torto. Non è sempre così. Io stesso penso che la guerra sia un male tremendo, ma non me la sento di giudicare come tutti malvagi gli italiani, ed erano la maggioranza, che allora vollero entrare in guerra. Comunque non siamo in paradiso e le guerre succedono.
Marinetti fu interventista e girava a fare conferenze interventiste per favorire l’entrata in guerra perché riteneva che per l’aspetto politico internazionale quella guerra fosse necessaria all’Italia.
Ma sappiamo che la prima guerra mondiale fu un’ecatombe.  C’è una responsabilità, negli interventisti di allora, che vollero comunque una guerra che per l’Italia si rivelò tragica.
C’è una responsabilità morale e politica in Marinetti come in tanti altri, indubbiamente.
La pubblicità fatta da Marinetti  non fu solamente uno strumento politico,
tanto è vero che molti studiosi hanno notato che negli scritti di Marinetti ci sono molte anticipazioni. E’ stato il primo ad applicare la comunicazione di massa non solo alla guerra, ma anche all’arte e alla letteratura. Questo ha scardinato i ben pensanti. Ma Marinetti ha vinto. Sapeva che la pubblicità era uno strumento della società borghese che lui accusava, ma l’ha usata contro, per una svolta della cultura, con  grande capacità espressiva.
Sulla promozione della prima guerra mondiale sarebbe interessante fare approfondimenti. E’ uno dei più grandi snodi della storia europea e credo che non basti per giudicarla l’unico criterio di essere a favore o contro la guerra. Una volta assodato che siamo contro, perché è meglio non fare la guerra, possiamo riconoscere che per giudicare una guerra del passato non basta una categoria solamente ideale. Va tenuta viva e accesa, ma anche da usare con altre categorie di lettura storica, altrimenti dovremmo sempre ridurre la storia al nostro giudizio morale. Questo rischia di essere se non altro impreciso. La comprensione dei fenomeni storici è più complicata di quanto può dare un criterio solo di tipo morale.
Marinetti ebbe una responsabilità in quanto interventista alla prima guerra mondiale, ma giudicare l’interventismo italiano in quel momento, siccome non si può fare solamente a partire dal fatto che siamo contro la guerra,  ci impone un approfondimento maggiore.
 
Si è detto della responsabilità del futurismo di avere appoggiato il fascismo che d’altra parte si è fatto una bandiera del futurismo.
Anche dai dibattiti contemporanei si comprende che questa discussione è molto aperta. Su quanto Mussolini fu marinettiano e Martinetti fu mussoliniano  c’è ancora da capire. Il futurismo ebbe carattere libertario e anarchico, ma poi si è sposato al fascismo. Questo fino a quando non si è affermata la tendenza di tipo autoritario nell fascismo. La radice libertaria di tipo socialisteggiante alla Sorel che Marinetti aveva dall’inizio, lo dissocia più tardi dal fascismo. Inizialmente il fascismo è di matrice socialista, solo più tardi si definirà di destra  e totalitario. Marinetti aderirà alla fine alla Repubblica di Salò credendo di vedervi la possibilità di un’Italia repubblicana.


 

Appuntamenti

28 febbraio h10 - Colloqui fiorentini, Firenze
28 pom e 29 mattina - laboratorio e scuola Sezze e Priverno (Lt)
3 marzo h 17 - Bari Università incontro con G.Nunziante regista e autore, su "Raccontare l'umano"
5 marzo h 19 - workshop scrittura Camplus Bononia
6 marzo h 18 - Siena Conferenza su Eliot
7 marzo h 17,30 - master traduzione Misano, fondazione S. Pellegrino (Rimini)
8 marzo h 18 - Forlì inaugurazione del bookshop "Cartacanta"

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