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Su Pavese

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RONDONI/PAVESE

CESARE PAVESE
Presentazione di
DAVIDE RONDONI poeta
Voce recitante
RUGGERO DONDI attore

CENTRO ASTERIA-MILANO, 1 febbraio 2008
Progetto Culturale per Istituti Superiori
“E IO CHE SONO?”




INTRODUZIONE

Credo che affrontare un autore come Pavese, non tanto per me che parlo come per voi che ascoltate e avete letto o leggerete le sue pagine, sia una delle letture più interessanti che possano capitare, perché è uno di quegli autori che non sta mai fermo, che non riesci a bloccare, a mettere dentro uno schema, e a presentarlo non riesci a cavartela con poco.
Già questo è un indizio importante, perché le cose più belle, più dure, più forti della vita, quelle che contano, non riesci a liquidarle con due parole. Lo sappiamo tutti. Le esperienze più importanti che si fanno nella vita: l’amore, il dolore, gli incontri decisivi, non sono cose che si possono descrivere e sistemare; ti scappano dalle mani, non riesci a definirle: per fortuna! Vuol dire che sono esorbitanti, esagerate rispetto alla schematizzazione che possiamo farne.
Pavese è uno di quegli autori che hanno grandezza. Questo non vuol dire che i grandi autori scrivono sempre cose grandi. Scrivono cose belle, cose meno belle, cose più significative, che dureranno di più. Sono grandi gli autori che pongono a te una questione che non è riducile in poche parole da niente. Non te la cavi dicendo “è un romantico”, “è un realista”, “è un autore impegnato”.  Se vuoi parlare di grandi autori non te la cavi con poco.


GUARDARE I GRANDI

Pavese ha il grande destino di portare alcune delle grandi questioni che sono espresse nella letteratura di sempre (e lui lo sapeva), ma ad un livello di frangente storico, umano, anche dal punto di vista della comprensibilità della lingua, che ancora ci riguarda molto. Certe cose che troviamo in Paese, le troveremmo in Leopardi, in Dante Alighieri, ma Pavese ha il destino di portarle in una lingua che oggi comprendiamo molto bene. E’ una lingua vicina a noi, è l’italiano che ancora parliamo. Non è casuale, questo.
Pavese è un autore che concepì la propria vita e la propria opera sempre in relazione con i grandi classici, in relazione con la grande letteratura del passato. E’ tutt’altro che l’autore ingenuo e moderno, nel senso che si stacca dalla tradizione. Anzi, se mai, è uno che dialogava continuamente con i classici , al punto che l’opera a cui teneva di più, quella che teneva sul comodino quando si suicidò, nella notte del 26 agosto del ’50 a Torino, che si intitola “Dialoghi con Leucò”, è una sorta di dialoghetto morale tra personaggi del mito. Lui, quando ne parla, li mette nella grande tradizione della letteratura italiana. Ha provato a metterli al piano di Boccaccio, Petrarca, Dante. Di Pavese si dice che ha la capacità di parlare con tutti. Ma questa capacità non nasce da una genialità spontanea, per il carattere, perché era un personaggio strambo. Gli viene dal fatto che ha impegnato tutta la sua vita con grandi autori, con persone e opere che continuavano a porgli grandi questioni.
Non si diventa grandi se non guardando ciò che è grande. Non si diventa portatori di qualche cosa che riguarda profondamente  se stessi e gli altri, se non accettando di conversare, dialogare, incontrarsi e anche scontrarsi con quelli che vengono chiamati in modo banale i classici, cioè con i grandi. Lui questo ha fatto e facendo così è diventato così. Pavese è ormai uno dei classici, non solo del Novecento, è un autore molto noto in tutto il mondo. Ma parte da questo suo lavoro, da questa scelta di diventare grande, non a forza di scrupoli (non fare questo, non fare quest’altro, non sporcare, non accelerare troppo, non, non…), non a forza di “non”, ma con il confronto con la grandezza.



NOTE BIOGRAFICHE
 
Faccio solo qualche cenno biografico sull’autore.
Pavese nasce nel 1908, cent’anni fa, da una famiglia molto agiata della Torino bene. Nasce per caso nelle colline delle Langhe perché la famiglia andava nelle vacanze in questi posti. Perde molto precocemente il padre. La vita si complica, anche perché arriva la prima guerra mondiale, nel ’14.  Per lui è già segnata forte dalla morte del padre, anche per l’ambiente piemontese in cui vive, molto rigido, borghese nel senso deleterio del termine, molto attento alle forme. La madre, non avendo più l’appoggio del marito presente, stringe i freni anche per gli altri figli che aveva.
Il giovane Pavese rivela subito un talento molto precoce per gli studi. Si immerge nella lettura dei libri. Ha l’incontro con alcuni buoni maestri, in particolare con un maestro (Augusto Monti) che segnerà molto la sua vita e che in qualche modo lo introdurrà al mondo della letteratura e dei libri. Così Pavese, fin da ragazzo,  dal liceo, capisce e dice più volte che la sua vita sarà molto segnata dai libri. Questo non va inteso nel senso che diventerà un erudito, ma che la sua vita passerà molto attraverso i libri. Da ragazzo comincerà a scrivere poesie e poi altro.
Già in quel momento, e questo potrà sembrare una profezia gelida, due suoi amici, ragazzi come lui, si suicidano, e lui stesso pensa al suicidio fin da giovane.
Potremmo dire, forse con un’ingiusta violenza alla vita che rimane sempre un mistero, che la sua vita è segnata, subito, da una parte dalla percezione di un grande vuoto ( la morte del padre, il fatto che gli amici se ne vanno in modo violento), ma anche dalla presenza di grandi maestri, di figure a cui attaccarsi, che in qualche modo ti danno una possibilità. In questo senso la vita e l’opera di questo uomo, che scriverà poesie,  romanzi, sarà celebrato dalla critica, diventerà un caso letterario,  diventerà anche un caso politico, saranno segnati dalla ricerca di una simpatia totale, di qualcuno che di fronte a te si dimostri simpatetico totalmente.
La vita di Pavese è segnata alla fine da un evento tragico. Un giorno prende la sua valigia e sembra che parta da Torino, la su città, e invece se ne va in un albergo di Torino dove sta due giorni. Fa alcune telefonate, probabilmente agli amici, cercandoli come un’unica possibilità di relazione, dopo che l’ultima storia d’amore è finita male come tutte le sue. Prende un sacco di sonniferi, quelli che usava di solito, ne prende in maniera esagerata, proprio per suicidarsi, e muore in questa notte del 28 agosto 1950.

Era l’anno in cui era stato consacrato come grande scrittore. Aveva raggiunto il successo. Aveva vinto i maggiori premi, era celebrato dalla critica italiana e non solo. Era sbocciata quella grande promessa di scrittore che era. In quell’anno si fa fuori.
Dice, pochi mesi prima di questo fatto: “Bada bene, tutti lo cercano uno che scrive, tutti gli vogliono parlare, tutti vogliono poter dire domani:’So come sei fatto’, ma nessuno gli fa credito di un giorno di simpatia totale, da uomo a uomo”.
Nessuno ti fa credito di un giorno di simpatia totale: con questo pensiero Pavese sceglie di entrare nelle tenebre, di lasciare il mondo.
Potremmo dire che tutta la sua opera, in fondo, è la ricerca di questa simpatia totale.
Per simpatia totale non è da intendersi un leggero frizzare del sentimento, ma, secondo la radice stessa della parola simpatia, è un “pathos insieme”, un consentire, un patire insieme non solo del dolore, ma anche del dolore, un patire assieme tutto, totalmente la realtà. La “simpatia totale” è il sogno di questo uomo, il suo desiderio, quello che, in qualche modo, in tante forme,  correnti e scelte stilistiche, nella sua opera  si insegue.



GRANDI DOMANDE

La simpatia totale: questo è già un primo problema che  Pavese a noi lettori pone. E’ una ricerca giusta? E’ adeguata? Cerco anch’io una cosa così? E’ illusione? E’ un’attesa destinata a sconfitta? E’ la cosa che veramente bisogna cercare? Una simpatia totale: tu sei fatto per questo? L’uomo è fatto per questo?
I grandi autori sono quelli che ci buttano addosso queste domande. Attraverso la loro opera, e il lavoro immenso, il lavorio di anni, da cui escono queste espressioni sintetiche, Pavese ci dice: “Ma tu, la simpatia la stai giocando, con una risatina, o pensi che sia una cosa illusoria, o non te ne importa niente? Credi che non ci sarà mai nessuno che ha per te una simpatia totale?”  Totale. Non una simpatia per un motivo o un altro: perché sei simpatico, sei carino, sei intelligente. Una simpatia totale. Di chi sente con te perché tu ci sei.  E tu puoi sentire totalmente, perché senti in te il mondo intero.

E qui si introduce un altro tema di Pavese che è il luogo, l’appartenere a un luogo: le langhe, il paese. L’uomo, per introdursi nella simpatia totale, per sentire con la vita, deva partire dall’appartenenza al proprio luogo. Le opere di Pavese sono piene di riferimenti a questo.
Le langhe, le colline, sono la grande figura della sua pena. Le colline diventano l’ambiente dei suoi romanzi, la collina è metafora della donna. Il primo luogo a cui aderire, in cui l’uomo può provare a sentire totalmente una simpatia con la realtà, è il luogo dove è nato.


Leggiamo ora una poesia dell’Autore.

LO STEDAZZU


Stedazzu vuol dire “uno stellone”, “stellaccia”. È un parola dialettale del posto in cui Pavese, da giovane antifascista, fu mandato in confino, perché coinvolto in questioni politiche. Aveva accettato di ricevere lettere a casa sua per conto di una donna di cui si era innamorato, che era stata il suo primo vero grande amore: “la donna dalla voce rauca”. Questa certa Pina era una militante comunista. Lui accettò di ricevere al suo domicilio delle lettere per lei che era controllata dalla polizia. Non era impegnato politicamente, se non per il legame con suoi amici che erano molto impegnati. Era impegnato più per amore che per scelta politica. In seguito per questo ebbe problemi con il partito comunista.  In quel momento fu coinvolto in una retata e fu mandato al confino. Lì scrive anche questa poesia, prendendo da Brancaleone questo grande spettacolo della stella del mattino.

L’uomo solo…

E’ una poesia forte e anche tremenda.
Non c’è cosa più amara che l’alba di un giorno in cui nulla accadrà, non c’è cosa più amara che l’inutilità.
Sono versi tremendi, però come sono veri! Entrano nella rosa chiusa che abbiamo nel petto a strappare una questione importante.
In fondo, quante volte viviamo un’alba tremenda, amara, perché da quel giorno non ci aspettiamo niente. E non è solo la condizione dell’esiliato, dell’uomo solo che sulla riva del mare si alza, e vede, in questa occasione in cui nulla può accadere, una pipa che pende tra i denti, e anche una stella che pende, stanca. Quella che dovrebbe essere annuncio del giorno, pende già stanca. L’uomo che non attende nulla, vede tutto pendere, come una cosa scontata, come una cosa solita, una stella verdognola, del colore della malattia: una stella con l’influenza; spenta, il contrario della luce quasi.

La lentezza dell’ora è spietata perché non aspettiamo nulla.
Questa  del tempo che diventa lungo perché non aspettiamo niente è una esperienza che facciamo tutti, non la fanno solo i poeti. Se hai un appuntamento con lei alle cinque, dalle quattro alle cinque il tempo è lento nel senso che non vedi l’ora che arrivi lei, ma senti che il tempo passa . Invece, se non aspetti nessuno la lentezza dell’ora è spietata.
Questa poesia è del 36, del Pavese già maturo, e fotografa una situazione che Pavese poi  riprende, ridice in molti modi, in altre sue opere.

Come abbiamo detto,  Pavese scrive poesie, romanzi, ed è anche autore di uno straordinario zibaldone, famosissimo: “Il mestiere di vivere”. Questo uomo vi annota , un po’ come faceva Leopardi, quasi quotidianamente, osservazioni che vanno dalla sua vita privata a questioni letterarie, a cose che succedono. Questo zibaldone è quindi un diario straordinario, di un’anima e del suo lavoro.
Nel “Mestiere di vivere” l’autore riprende il pensiero dell’attesa, che sembra assurda, di una cosa che non c’è, che non viene, per cui niente è così triste come l’alba di un giorno in cui niente avverrà.
“Come è grande il pensiero che nulla a noi è dovuto!” scrive Pavese,  perché è come dire: “Non devi pretendere: non ti è dovuto nulla”. L’uomo non si può alzare la mattina pretendendo.
La pretesa, anche nei rapporti personali, è il contrario dell’attesa, perché l’attesa ha dentro una domanda piena di rispetto, la pretesa, invece, è irriguardosa: “Voglio da te qualcosa, comunque. Pretendo che tu sia così.”
Ma “qualcuno ci ha mai promesso qualcosa? E allora, perché attendiamo?”
In questa domanda c’è l’inquietudine di questo uomo. La mattina ci alziamo e comunque, in qualche modo, anche se non ti è chiaro, da quel giorno ti aspetti qualcosa.
Perché la mattina una ragazza si trucca, raccoglie i capelli in una treccia, perché si sistema come si deve? Perché anche gli uomini fanno similmente (ormai i cosmetici sono usati più dai maschietti, ed è preoccupante; ma i giornali ne fanno pubblicità perché si vendano i prodotti). Ci si sistema e si esce fuori  come a dire: “Be’,  esco fuori, perché qualche cosa succederà”. Ci si tira su dal letto: va bene, perché si deve andare a scuola, ecc. E Pavese dice: “E’ strano, Qualcuno ci ha promesso qualcosa? Allora, perché attendiamo?” L’uomo è questo strano marchingegno che attende per cui sente terribile l’alba in cui nulla accadrà. Noi coscientemente non ci pensiamo. Gli autori sembrano avere più coscienza della vita. Ma se noi ci fermassimo coscientemente, accendendo tutto il motore della nostra ragione e del nostro cuore, e pensassimo: “Domani non mi accadrà nulla di interessante”, per noi che viviamo di attesa, di incontri affettivamente vivaci, segnalati, importanti,
sono decisivi. Per un muomo che vive di “Che cosa attendo”  innamorarsi: è una partita decisiva. Quando l’”eccomi”, visto nei campi di granoturco, nei rami… diventa una persona che ti attrae e ti promette una simpatia totale, allora si accende una faccenda grave, importante. E per Pavese le faccende di amore sono sempre state importantissime, drammatiche. Non è solo problema di biografia. Le vicende d’amore hanno contato moltissimo nell’opera, non solo perché delle sue donne parla, sono destinatarie di sue poesie, ma perché il suo rapporto con la donna, non a caso raffigurata nella collina, è il segno supremo del rapporto che l’uomo ha con la realtà. Da come vivi il senso d’amore si capisce come vivi tutta la realtà perché il senso d’amore è il culmine  del rapporto con il reale, è il punto più acceso più vivo, più esposto, pi rischioso, anche, più bello, più più. E questo viene banalizzato, vi viene così buttato addosso con mezzi di comunicazione potenti per fare soldi: perché questo è lo schifo di questa faccenda: del vostro amore non gliene importa niente ai produttori, a loro importano solo i vostri soldi.
Pavese comprende che l’esperienza d’amore è il punto in cui si gioca di più la dinamica d’attesa di simpatia totale, in cui si gioca un po’ il destino.


INCONTRO

Vi leggo una poesia,
INCONTRO

Queste dure colline che han fatto il mio corpo
e lo scuotono a tanti ricordi, mi han schiuso il prodigio
di costei, che non sa che la vico e non riesco a comprenderla.

E’ la descrizione dell’amore: la vivo e non riesco a comprenderla, la vivo e non la esaurisco, non la definisco. Non è mia.
Sentite che questi sono versi lunghi. Non come quelli di Ungaretti. Pavese non fa versi brevi, icastici, scavati nel silenzio, come faceva Ungaretti. Pavese ricava la lunghezza del suo verso dal rapporto soprattutto con un grande poeta americano,  WaltWhitman, e da un altro poeta francese, Paul Claudel, che fanno versi lunghi. Ma non solo dalla letteratura ricava questo modo di scrivere
così narrativo, ma ancora dal rapporto con il suo luogo, con i cantari popolari delle langhe, della sua terra. Essendo scritti in ottave questi grandi poemi popolari hanno versi lunghi. Pavese,
lo dice lui, ha questi cantari nelle orecchie. “Mi è nato un verso che è così”. Nell’ autocommento al suo libro di poesie dice: “Mentre tutti scrivono in un altro modo, io scrivo così”.
Fu una scrittura abbastanza strana la sua; appare in Italia negli anni ’30 quando tutti gli altri, Montale, Ungaretti, avevano un altro modo di scrivere. Non è comunque il solo che ha questo stile narrativo.
E’ la descrizione dell’amore: la vivo e non riesco a comprenderla, la vivo e non la esaurisco, non la definisco. Non è mia.
E’ prodigio!  Bello! E’ la stessa frase che usa Dante. “Colei che è venuta da cielo in terra a miracol mostrare”. Un uomo para della sua donna come un prodigio, come un miracolo. Non c’è dovuto nulla, eppure lei arriva. Un miracolo, un prodigio.

L’ho incontrata, una sera: una macchia più chiara
Sotto le stelle ambigue, nella foschia d’estate.
Era intorno il sentore di queste colline
più profondo dell’ombra, e d’un tratto suonò
come uscisse da queste colline, una voce più netta
e aspra insieme, una voce di tempi perduti.

La stella non è più verdognola. Siccome c’è un incontro, la stella non più pende. E’ ambigua, è una luce ambivalente. Nell’esperienza d’amore uno si accorge che la realtà diventa un teatro rischioso, un’avventura che può andare così, ma può andare cosà.
Descrive l’amore come una macchia più chiara, una voce, un “eccomi”.

Qualche volta la vedo, e mi viene dinanzi
definita, immutabile, come un ricordo.
Io non ho mai potuto afferrarla: a sua realtà
ogni volta mi sfugge e mi porta lontano.

Questo è importante per Pavese: io non ho mai potuto afferrarla.

Se sei bella non so. Tra le donne è ben giovane:
mi sorprende, a pensarla, un ricordo remoto
dell’infanzia vissuta tra queste colline,
tanto è giovane. E’ come il mattino. Mi accenna negli occhi
tutti i cieli lontani di quei mattini remoti.

Prima c’era l’alba del giorno in cui nulla accadrà, poi incontra lei e dice: “E’ come il mattino”. Ogni incontro di amore è come una promessa. Non è più un’alba in cui nulla accadrà, ma è un mattino è qualcosa che può succedere. Accenna tutti i cieli lontani di quei mattini remoti. L’incontro che accade è come se portasse con sé tutto quello che c’era prima, se svelasse tutto quello che c’era prima. Ogni incontro veramente significativo, questo lo sappiamo, non è qualcosa che censura o annulla tutto quello che c’era prima, ma lo risignifica, lo riporta, lo fa riparlare, gli dà voce e luce.

E ha negli occhi un proposito fermo: la luce più netta
Cha abbia avuto mai l’alba su queste coline.

L’ho creata dal fondo di tutte le cose
che mi sono più care, a non riesco a comprenderla.

E’ bello e tremendo: questo incontro, bello come l’alba in collina, l’ho creato io oppure c’è? E’ un sogno, un’illusione, come dice Pirandello?  Mi sembra di non riuscire mai ad afferrarla. Tu che mi sei venuta incontro, mi hai promesso qualcosa, ma poi sei stata una ìllusione. Pavese fece molte esperienze d’amore. Ce n’è molto segno nelle sue opere.
Anche Leopardi fa questa esperienza. Prometti che sarai la simpatia piena, totale per me, poi, sia che ti afferri, fisicamente, sia che non ti afferri, questa promessa sembra andare delusa. Allora l’amante si arrabbia con l’amata. Se la prende con lei perché non ha soddisfatto pienamente, completamente, il suo cuore, il suo desiderio. Ha soddisfatto magari il piacere momentaneo, ma non ha soddisfatto la vita.



I MARI DEL SUD

Sentiamo ora un’altra poesia della raccolta “Lavorare stanca” :

I MARI DEL SUD

Alla fine ascolteremo un riferimento molto chiaro a Moby Dick, il romanzo dove tutti si aspettano alla fine di prendere questa balena. Pavese l’aveva tradotto. Dalla letteratura americana aveva tradotto non solo Whitman, ma anche Edgar Lee Masters, Herman Melville,  Emerson. E’ lui che ha portato in Italia l’antologia Spoon River di Masters.
Questa poesia “I mari del sud” parla di uno che era tornato al paese, alle langhe. Vi era nato. Era via, aveva cercato una certa avventura economica, ma era tornato.


I MARI DEL SUD


Camminiamo una sera…

Avete sentito una poesia “epica”. Ha dentro un ritmo nascosto: Sembra quasi prosa, un racconto.
Pavese dice che lui cercava nella sua opera delle immagini da racconto. Voleva, nella sua poesia, riuscire a creare, a trovare, delle immagini che avessero dentro un racconto in nuce.
Qui, questo zio, un omone vestito di bianco che gira per le colline e che cerca di persuadere tutti a vendere i cavalli perché lui portava le automobili, è come un grande racconto sintetizzato in pochissime figure. Cerca di fare una poesia narrativa in questo senso, non nel senso che sia come un romanzo.
In questa poesia, come accennavo inizialmente,  c’è un grande cetaceo che appare alla fine. Questo zio ormai disincantato, che si definisce asino perché ha pensato di convincere i contadini a vendere animali per servirsi di macchine, alla fine dice: “Però io ho visto tra a schiume un grande cetaceo”.
E’ come uno che dicesse: “Ho visto nel volto di questa donna l’amore, la simpatia totale. L?ho visto… L’ ho passato”.
E’ come un sospetto che lavora dentro Pavese e nei suoi racconti, è una specie di visione fugace.
C’è una cosa che promette simpatia totale  e poi invece va via.
Troviamo nei suoi scritti precedenti: “Siccome ciò che l’uomo cerca nei suoi piaceri (di tutti i tipi), è l’infinito (anche nel sesso: c’è uno sperimento d’infinito che uno cerca), nessuno rinuncerebbe mai a fare questa esperienza, nella speranza di conseguire  l’infinità “. Questo anche ascoltando un brano di musica classica in cui sembra che il tempo si perda, si fermi, in qualunque piacere e non solo fisico ma anche spirituale, mentale, estetico, in cui il tempo sembra non avere il suo aspetto corrosivo come avesse dentro una sospensione, una sorta di infinito.
E poi il poeta dice: “Ed ecco che succede che tutti i piaceri finiscono nel disgusto”. E’un’espressione violentissima che ha una sua strana logica che occorre comprendere.
E dice: “Poi, perché cerchi l’infinito nei piaceri, succede che i piaceri si mutano in disgusto”.
Questo è fortissimo. Dà l’idea del disincanto: alla fine ti senti più amaro dopo certi piaceri conseguiti, e dico di tutti i tipi di piacere, anche di quello estetico che è il più alto. Poiché cerchi l’infinito, e non lo ottieni, non rinunci a cercarlo. E non lo ottieni, E non rinunci a cercarlo. Tutti i piaceri è come avessero dentro il veleno di una delusione, il veleno di un disgusto.
Sembra una logica tremenda, ma è la logica con cui la maggior parte della gente vive. Uno nei piaceri cerca l’infinito, ma i piaceri non mantengono la promessa che sembrano dare, finiscono per lasciare qualcosa di amaro. Lasciano l’amaro in bocca. Cerchi di mandarlo via attraverso un altro piacere. E la vita sembra questo continuo e un po’ ansioso e defatigante alternare piacere e amaro in bocca, piacere e amaro in bocca.
Allora puoi dire: vedi Mobi Dik, l’infinito, lo vedi tra le schiume e l’insegui. Ma che cos’è che potrà darmi veramente l’esperienza dell’infinito? Non i così detti piaceri.
C’è una frase molto bella, e anche un po’ difficile, che però stimola l’attenzione: “L’amore è veramente la grande affermazione (la simpatia totale, il grande sì. Si vuole essere, si vuole contare, si vuole morire con valore, con clamore, e stare, insomma. Eppure è sempre allacciato alla volontà di morire (gli antichi dicevano. Eros e morte, come un binomio inscindibile, massimo apice e e infinito abisso) E Pavese dice: come mai, attaccata alla volontà d’amore sembra esserci nell’uomo sempre la morte? In tutti grandi romanzi troviamo amore e morte, come se nell’uomo questo binomio fosse inscindibile, come fossero inseparabili la grande negazione e la grande affermazione .
E Pavese dice: come è possibile che sia così? Forse perché l’amore è tanto prepotentemente vita che, sparendo lui, la vita se si negasse nell’amore sarebbe affermata di più ?
Si toccano i vertici dell’esperienza umana: che cosa c’è di più vita che una vita data per amore? Perché noi siamo colpiti, attratti, da certe figure che sembrano negare la propria vita perché fanno sacrifici, perché offrono la vita per amore a qualcuno? Perché ci sembrano la vera realizzazione dell’umano?  Perché ci sembra che affermino la vita più di quanto facciamo noi?
Anche il vangelo dice che non c’è niente di più grande che una vita data per amore a un altro. Ma lasciamo stare i riferimenti al cristianesimo.
Perché ci colpisce uno che passa la vita accanto alla figlia malata, perché ci colpisce quella vita che sembra negarsi? C’è come un’affermazione superiore di vita nel negarsi, o più precisamente nell’offrirsi per amore.
Pavese arriva a pensare queste cose. Dice: vorrei un giorno di simpatia totale.  La vita è un’attesa illusoria, negata, ambigua, fino a un “eccomi!”, a un incontro, che riempia il desiderio d’infinito, questa attesa di simpatia totale, con l’ amore , la grande affermazione. Io aspetto questo: la grande affermazione. Pavese sa che accanto a questa affermazione nell’amore,  è come ci fosse sempre anche la morte, la grande negazione, perché  intuisce che la verità dell’amore è il dare la vita. La natura dell’amore non è prendere un altro, impossessarsi di qualcuno. La natura dell’amore è dare la vita.
Questa intuizione è di un uomo che ha fatto l’esperienza di amori infelici e che avrà per sigla la morte. Ha fatto l’esperienza di una nebbia vitale fortissima e drammatica. In una poesia che dedica a una donna che amava, un’attricetta, una ballerina americana, Costans, a cui lui si era legato, le dice: tu sei la vita, sei la morte. “Tu, vento di marzo, sei la vita e sei la morte. Sei venuta di marzo, sulla terra nuda. Il tuo brivido dura, sangue i primavera, anemone o nube, il tuo passo leggero ha violato la terra. Ricomincia il dolore”.  Non c’è il verso lungo, raccontato. E’ una poesia rappresa, concentratissima in questo dolore.
E’ un’esperienza tragica per lui questo amore impotente, che non si realizzava, né con la Costanza, né con la Pina, né con la Costans. Ma aveva intuito, toccato le cose più importanti.


DUE NOTA BENE

Il primo nota bene riguarda la politica. Pavese è stato un intellettuale molto importante all’interno della casa editrice Einaudi, fondata a Torino. Vi ha svolto un lavoro formidabile. E si è trovato a un certo punto, nel suo percorso, con molti amici impegnati nella resistenza.
Pavese però dice: “io non mai sono occupato di politica, è la politica che si è occupata di me”,
anche per le polemiche che ebbe a un certo punto con il Partito Comunista.
Pavese dedica un romanzo, La casa in collina, all’ambiente della seconda guerra mondiale, della resistenza, dei partigiani. Scrive questo romanzo mentre c’era introrno a lui, nel ‘50, una grande retorica intorno all’impegno dei partigiani che hanno fatto l’Italia, dei comunisti che hanno fatto l’Italia. Anche adesso c’è la retorica intorno alla resistenza partigiana. Nel romanzo, a un certo punto, dice: “i morti sono uguali”, e parla anche dei morti di quella parte che aveva perso quella guerra, dei fascisti. Per noi l’affermazione “i morti sono uguali” sembra quasi scontata.  Sì, alla fine i morti sono uguali: sono morti. C’è una pietà di fronte ai morti che vale per tutti: per i vincitori e per i vinti. Ma allora questa affermazione sembrò un delitto di lesa maestà. “Come? No! I morti partigiani valgono di più dei morti fascisti. Non puoi fare questa equiparazione”. Invece Pavese insisteva su una pietas  umana che guarda con lo stesso dolore e con lo stesso sconcerto i morti  dei vinti e i morti dei vincitori. Provava pietà per entrambi, non per le idee di entrambi. Pavese fa questo “peccato”, per il partito comunista di allora, di far prevalere le persone sull’ideologia, di far valere più il fatto umano, la persona, più che l’ideologia della rivoluzione, del sol dell’avvenire ecc.
Allora questa cosa non si doveva fare e Pavese fu attaccato violentemente  dalla stampa.
L’impegno politico di Pavese, che fu impegnato, era legato a questa pietà per l’uomo, per la condizione dell’uomo, che gli interessava più di tutto.

Facciamo poi un secondo rilievo.
Nel ‘45 Pavese, come altri, era sfollato sulle colline del Piemonte vicino Torino, dove è stato per molto tempo rifugiato in un Istituto. Qui lo chiamano “il professore” perché è un uomo colto. Nell’Istituto c’era una cappelletta dove ogni tanto Pavese va.  Pavese è ateo, non è credente, ma in quel momento decide di recarsi spesso in quella cappella.
Un giorno lo incontra il sacerdote che era lì, morto da poco tempo, padre Baravalle, che racconta questo fatto. Lo leggo non per battezzare Pavese, ma per dare l’idea della ampiezza dell’inquietudine e della ricerca di quest’uomo che guardando un campo di grano, o entrando in una chiesetta, aveva lo steso livello di domanda, di attesa. E’ questo che lo rende grande.
Padre Baravalle scrive: “Mi si sedette accanto, senza dirmi nulla. Ma io capii subito che aveva bisogno di me, che voleva parlarmi. Affrettai allora la recita e chiusi il breviario. Pavese mi disse subito (siamo nel ’45): “Padre, mi aiuti. Ho bisogno di lei”. Alla mia risposta di disponibilità seguirono due ore fitte in cui Pavese mi raccontò, senza celarmi nulla, a storia dela sua vita. Alla fine mi disse ancora: “Adesso, Padre, che cosa può fare per me?” (Ricordate che è uno che cerca un giorno di simpatia totale). Io gli risposi che, essendo sacerdote, come tale gli avrei potuto dare il perdono di Dio. Ebbi in risposta un sì, che veniva dal cuore, dall’anima di un uomo che inseguiva
Quella pace interiore che improvvisamente si trovava a portata di mano. La mattina dopo, nella cappella deserta, fece la Comunione e ammise che era la prima volta che la faceva dopo gli anni in cui fece la prima Comunione”.
Perché vi ho letto questo piccolo brano biografico. Non tanto per presentare la fede in Pavese. Sono fatti suoi e di Dio. Ma per farvi capire che l’ampiezza del problema umano che Paese pone tocca tutto. Parlava dell’amore. Parlava di Dio. Perché riguarda la natura dell’uomo e quindi tutte le esperienze che l’uomo si ritrova a fare, quindi la domanda intorno a Dio. Ed è per me interessantissimo questo fatto, che tutti capiamo per esperienza, che  i rari momenti in cui uno fa esperienza veramente di simpatia umana totale sono i momenti in cui uno viene perdonato. Siccome non hai nulla, sei indifeso, hai la tua ferita, il fatto che ci sia un altro che ti abbraccia o stesso ti fa vivere un atto di simpatia totale.


I DIALOGHI CON LEUCO’

Finisco con un’opera che Pavese amava, Dialoghi con Leucò, di cui vi invito a leggere qualche pagina a scuola.
Sono dialoghetti tra figure della mitologia antica che oggi a noi potrebbero sembrare molto lontane. Allora, invece, erano più comprensibili per il lettore medio, perché era più diffusa, popolare,  una letteratura mitologica.
Pavese scrive questi dialoghetti tra figure mitiche pochi anni prima della morte e dice: “Potendo, si sarebbe fatto a meno di tanta mitologia, ma siamo convinti che il mito è un linguaggio, un mezzo espressivo. Non è qualcosa di arbitrario, ma un vivaio di simboli a cui si appartiene”. Certe figure parlano a tutti, sono un linguaggio a cui si appartiene tutti. Quando ripetiamo un nome proprio, un gesto, un improvviso antico, esprimiamo in poche righe, in poche sillabe, un fatto sintetico e comprensivo, “un midollo di realtà”.
Perché questo uomo, che ha fatto poesia dell’uomo che torna in campagna, che ha scritto poesie d’amore, perché questo uomo che da sempre ha fatto opere in cui parla della sua biografia nella maniera più minuta, più semplice, facendo riferimento alla vita normale che ha intorno, a un certo punto fa un’opera in cui fa parlare Achille con Patroclo ecc. Perché per parlare della giovinezza e della morte mette in bocca le cose sulla vita a dei personaggi mitologici?
Perché – dice – facendo così posso toccare un midollo di realtà. Che cosa è un midollo ? E’ una possibilità di vita. Se sei offeso nel midollo, le cose si mettono male. Parlare di midollo della realtà è dirne il segreto, entrare nella fucina del reale. Pavese dice che ha fatto ricorso a queste figure perché quando dice Achille,  più o meno tutti (adesso di meno) hanno in mente di che tipo di uomo sta parlando. Se dice Patroclo, tutti hanno in mente di che giovane sta parlando. E in questo modo può accedere di più a un midollo di realtà.
Nei Dialoghi con Leucò ci sono alcune parti straordinarie. Per questo Pavese aveva riposto in quest’opera un po’ tutta la sua speranza, anche di scrittore. Credeva di aver fatto una cosa che poteva durare molto più nel tempo. Qualche cosa di straordinario. Riprende tutti i temi: l’attesa,
l’amore, l’amore e la morte, l’illusione, la speranza, gli incontri.
Ma  un certo giorno Pavese prende la valigia e invece di andare alla stazione, si ferma 150 metri prima, all’hotel Roma, e si ferma in una stanza e muore nella notte, lasciando solo un biglietto dove dice: “Chiedo perdono a tutti e perdono a tutti. Non fate troppi pettegolezzi”. E’ un biglietto tremendo per certi aspetti e straordinario. Con la parola perdono, anche facendo l’ultimo passo, è come ancora desiderasse la simpatia totale che aveva cercato per tutta la vita. Non avendo trovato un giorno di simpatia totale va verso il niente, dove non sappiamo che cosa c’è, dove l’ombra prevale.
E dice di non fare troppi pettegolezzi.
Non bisogna fare troppi pettegolezzi su nessuno, anche se si tratta di un uomo pubblico famoso come uno scrittore. Il pettegolezzo è una delle cose più violente, perché riduce la persona a un pettegolezzo. Chi lo subisce, ne capisce la gravità. Finché lo fa, lo legge sugli altri, va bene. Ma quando tu ti senti ridotto al pettegolezzo che fanno su di te, ricevi una ferita violentissima e ti senti sfregiato.
Non dobbiamo fare pettegolezzi non solo sulla biografia, ma neanche, e ancora di più, sull’opera. Noi troppo spesso ci mettiamo a fare su poesia e letteratura come un pettegolezzo, una chiacchiera senza peso, come se fosse una cosa secondaria. Per fortuna ogni tanto insegnanti, professori, le monache, provvedono a creare dei punti in cui la letteratura, la grande letteratura, come in questo caso, diventa qualcosa con cui paragonare totalmente la tua vita. Non è qualcosa da studiare per andare bene a scuola (e può essere anche), ma diventa qualche cosa, come studiando Pavese, in cui impari a mettere a fuoco meglio la tua vita. Mettere a fuoco: non è risolvere come se fosse un problema matematico. Mettere a fuoco vuol dire amare, soffrire, attendere, per capire cosa è essere uomo . A questi autori è bello, per quanto a volte è faticoso, rimanere legati.





DIALOGO CON GLI STUDENTI


Vorrei approfondisse il tema del luogo, della radice come appartenenza.

Ci sono due aspetti da tenere presenti.
C’è un aspetto di legame naturale. E’ il legame che un uomo come Pavese, come uomini di quell’epoca, sviluppavano con la propria terra. Di questo nella poesia di Pvese c’è continuamente segno, come nella sua opera tutta. Lui conversa con artigiani, contadini, sabbiatori, operai e mette semplicemente, nei suoi romanzi, gente della sua terra.
Poi c’è un altro aspetto che posso solo indicare per il limite del tempo. E’ quello del rapporto di Pavese con la letteratura americana. Come gli scrittori americani parlavano dei ranchos e delle campagne americane, così lui parlava delle langhe. Nel prendere sul serio il proprio luogo, un uomo è chiamato ad andare fino in fondo alle apparenze. Il sapere che la tua radice è in un luogo, ti obbliga a fare i conti con quel luogo, non più come mero scenario, scenografia del teatro in cui ti sei mosso, ma per affrontare il luogo, il campo di grano, il cielo, le colline, i personaggi, le strade, cercando di chiedere che cosa c’è che riguarda la tua radice. E’ il problema dell’appartenenza. L’uomo sente di appartenere a un posto e si chiede che cosa c’è che riguarda il suo appartenere, che cosa c’è che nutre la sua radice? Che cosa si annuncia a me di questo posto che mi è familiare?
Da qui il luogo diventa mitico, la donna diventa collina.
Pavese ha delle pagine molto importanti su questo.
Del resto, l’appartenenza a un luogo, che è una delle esperienze fondamentali della vita, è fondamentale. Una delle violenze più grandi che hanno avuto i totalitarismi  contro gli uomini, è stata spostarli, deportarli. Portare via dalla casa è uno dei modi migliori per indebolire. Nell’esule la radice si indebolisce e allora lo posso comprare meglio, può essere più facilmente mio. Per questo nella nostra società l’insistenza nel creare luoghi anonimi, in cui non c’è nessuna radice, nessuna appartenenza. I  non luoghi, dove tutto è uguale, che sia la strada di NewYork o di Milano o di Barletta, è tutto uguale, vengono passati come una possibilità di essere tutti uguali,  ma sono invece una grande operazione di potere, perché se tu non hai radice sei più facilmente di chi è più forte, di chi comanda. L’azzeramento dei luoghi di provenienza, è un’operazione straordinaria di massificazione. Questo l’ha capito anche Pisolini. E Pavese per questo dice: io sono di questi luoghi.
Finché sono di questi luoghi non sono mai di nessun potere, perché io sono della mia terra, nella radice che c’è nella mia terra, nel mio cielo, nel mio campo di granoturco. Non sono della divisa che tu mi dai perché mi fai comprare le cose alla moda, e mi fai usare certe cose, e mi fai vedere certi film. Sarò tuo, ma sarò sempre di qualcun altro. Per questo i grandi narratori americani, sono i narratori della libertà.


Sentire il luogo come simbolo dell’essenziale, fa parte di questo discorso?

Fa parte




(dalla registrazione, in ultimo incompleta, senza possibilità di confrontare i vari testi che sono stati letti)
 

Appuntamenti

28 febbraio h10 - Colloqui fiorentini, Firenze
28 pom e 29 mattina - laboratorio e scuola Sezze e Priverno (Lt)
3 marzo h 17 - Bari Università incontro con G.Nunziante regista e autore, su "Raccontare l'umano"
5 marzo h 19 - workshop scrittura Camplus Bononia
6 marzo h 18 - Siena Conferenza su Eliot
7 marzo h 17,30 - master traduzione Misano, fondazione S. Pellegrino (Rimini)
8 marzo h 18 - Forlì inaugurazione del bookshop "Cartacanta"

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