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PASSARE LA MANO DELICATAMENTE Monologo in versi di Davide Rondoni
Passare la mano delicatamente.
Perché la polvere è invisibile, ma resistente. E dopo che si è passato l’aspiratore, lo straccio occorre mettersi giù, di fino arcuando l’occhio, tendendo il braccio
e passare delicatamente la mano. Come per fermare tutti i temporali del mondo.
Per proteggere dalla lenta, lievissima invasione. Dal deposito invisibile e tremendo. Non un gesto di difesa, ma di futura protezione.
Lo faccio tutti i giorni, qui, in questo silenzio che c’è. O meglio, che c’era. Perché silenzioso era, e fatto d’ombre profonde e di luci gentili, di rapidi scambi di voci. E potevi sentire i sottili battiti d’ali, cadere le foglie, E dalle finestre sui cortili vedere cambiare lentamente il colore degli alberi, le luci delle stagioni e anche dentro le stanze dove sembra non succedere niente…
Ma ora questo luogo dove le giornate erano scandite da poche visite fedeli d’amore -i parenti, i medici, il volo rapido delle suore, ecco si è animato. Ho visto gente di ogni tipo. Giornalisti, avvocati, uomini della tv con la faccia smarrita - soprattutto loro i tecnici, i macchinisti… Ho sentito bruciare di dolore le rose per le chiacchiere che si sono fatte qui, fuori nei piazzali, schiacciando la cicca delle sigarette sulla ghiaia prima di risalire in auto e andare via, e poi quante chissà dove…
Io non ci bado più tanto, faccio il mio lavoro, quasi sempre taccio.
So che tutti sono qui per lei, la ragazza della stanza al numero...
E’ lei, che senza fare niente, ha attirato tutta questa gente. Che strano il gran movimento si è creato intorno a una che è immobile, e nella sua ombra giace. Di cosa la sua nuda presenza è stata capace. Dicono: è finita. Dicono: non ha vera vita. Io non so, sono solo un uomo delle pulizie. Ma se non è vita cosa è questa presenza che tanto movimenta, inquieta, tormenta ? Lei sta là nella stanza che la separa. se non è vita cosa è che avviene tra quei muri ?
La malattia la ha allontanata, o la ha avvicinata alla nostra vita… Nell’ombra che la cattura non avviene niente ? Ne siamo davvero sicuri ?
- Sono pensieri che mi perdono la mente. Io non sono niente…
E’ il momento in cui parlano tutti, giudici, filosofi e familiari. Io non dovrei pensare, solo pulire, solo accontentarmi di qualche superficiale sentimento… E passare il panno per la polvere e poi, delicatamente la mano, per accompagnare il giro dei pianeti intorno al grido del sole… Ma quando ho visto che un giornale ha messo la sua foto e ha scritto che ora è libera, libera di morire, sono andato su, con il magone, a guardarla dormire. Per lei viene notte e giorno, estate e inverno, e ai medici ho sentito dire che sulla profonda attività cerebrale non abbiamo ancora le idee chiare. Forse fioriscono rose misteriose nel suo cervello, e immagini che a noi sfuggono, radiose. Avrei voluto prenderlo in braccio povero corpo abbandonato dal mondo, portarlo, in giardino. O al mare. Farle sentire, se ancora lo sente, il mare e tenerlo così, in braccio tra le onde, dicendo al suo viso silenzioso: non avere paura, non ti lascio andare.
Ma cosa mi metto a pensare… Pulire, chinare la testa, non farsi venire idee strane. Se i giudici hanno deciso… Se il filo va reciso…
E però io non capisco, io qui mentre la polvere dei giorni e dei pensieri pulisco, e forse per questo sto troppo attaccato a terra e mi viene da chiamare le cose con nomi soliti, normali, con lo sfarzo dei nomi quotidiani, rose le rose e viole le viole di marzo, bacio il bacio, guerra la guerra, e cagna la morte, e vita la vita, io mi chiedo perché non la lasciate qui, che fastidio vi dà ? non la vedete, è là nel suo silenzio infinito, respira…
ma non vola, non gira più, è sola come un uccelletto stordito le si dà un filo d’acqua, un poco di miglio. La malattia l’ha messa in una gabbia tremenda. Un misterioso artiglio l’ha cacciata in una reclusione feroce. E ora vogliono soffocarla sulla sua croce…
Dicono che non ha più nessuna abilità. Né pensiero, né azione. Tronco morto, zero espressione, nessuna volontà. Un alberetto monco, una rosa finita, come una cosa già morta. Io lo so cosa, anzi io dico chi è. Io lo vedo. Ogni mattina da anni sollevo i panni, cambio i vasi sporchi dalla stanza. Io la vedo quella ferocissima immobilità. E il corpo che cambia senza cambiare, questo strano senza tempo invecchiare…
Io vedo questo corpo e tutto il suo silenzio che fa venire da gridare.
E’ vita questa cosa tutta storta ? Questa curva impazzita del tempo ? E’ viva, è gia morta ? Se è quasi vita, ed è quasi morte da quale parte la spingeremo muovendo leggermente la mano ? O si confondono i confini, e dove pare vita è morte, e dove ci pare piantato il drappo della morte è per lei finalmente vita ? Oh misteriosità infinita dell’esistenza umana… se anche finissero di stupirci le stelle ecco che stupisce la mente davanti al mistero delle nostre medesime particelle…
Si appannano gli occhi, come fare a vedere bene ? Tu dormi, e sul tuo corpo indifeso la mia mente sviene…
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Io i giornali li uso per pulire i vetri.
Con il Vetril.
Però prima li leggo.
Servissero almeno a pulire gli occhi appannati… Invece vedo titoli gridati, dibattiti infiniti…E uomini in camici bianchi che si dicono medici, scienziati affermare sicuri che lei è solo un simulacro, ormai un pupazzo, solo di carne morta un pezzo. Da lasciare andare finalmente a riposare. Non dicono “marcire”. Non chiamano, stranamente, la morte con il suo nome, con il suo volto orrendo. Dicono: riposare. Come fossero diventati tutti preti. O come se il niente fosse più desiderabile dell’ultimo filo di vita. Dicono: lasciamola andare. Ma non dicono dove. Non dicono le parole crude: a morire. Non dicono: le togliamo il respiro. Non dicono: disidratazione. Come se questa presente sofferenza fosse il posto peggiore dove stare. Solo una valle di lacrime. Da dove nemmeno pregare. E dunque sia desiderabile andare, persino nella morte, nel niente siderale nel mancamento corporale. Ma non usano queste parole. Dicono: lasciamola andare. Forse sono tutti diventati cristiani e credono al paradiso. O forse ritengono in un preciso ma nascosto pensiero che vivere e morire in fondo sia uguale. Non dicono: a marcire. Parlano della morte occultandola. La evocano, ma tacendola. Non chiamano con il suo nome la matta falciatrice di vita, la sfatta baciatrice di tutti. La rendono astratta.
Il vetril è una grande invenzione. I giornali lo potrebbero essere. Per pulire gli sguardi, leggendo tra le righe.
Prima di arrotolarli per pulire i vetri leggo che non c’è tra gli scienziati unanimità. Pochi sono che giurano di sapere tutto sulla attività del cervello. In questo duro periodo confuso si parla di scoperte nuove, di attività cerebrali registrate là dove pareva solo silenziosa vacuità.
Un uomo in camice di fronte a un filo di vita e alla viso marcio della morte che fa ? non aggancia il filo al sostegno fragile di nuove scoperte, ai ganci di sorte incerta che trova ? E’ strana, nuova questa maschera di medico che non la morte oppone alla vita ma gradazioni della stessa vita. Che oppone non più la morte ma gradazioni di infelicità alla vita. E’ strano è duro questo pensiero che oppone alla vita non più il volto smangiato della morte ma la sofferenza. Come se dove fossi tu dolore, non potesse esserci più dignità di vita. Fino a preferire di baciare il volto della morte, il nero. Ma non era il dottore qualcuno a cui aggrapparsi nelle ore più estreme ? E’ strano, oscuro questo medico che chiede al giudice o a una carta firmata chissà quando: dimmi tu da che lato spingere il mio paziente, che è vivo ed è morente… E’ cosa nuova, strana questo medico che non ha più due sole cose a cui obbedire, la coscienza e la vita, sperando contro ogni vana speranza, ma cerca tante regole, sentenze, appelli e i mille tribunali alternanti, e i filosofi e i parlamenti…
Non è solo biologia la vita, ma pensiero volontà. Quando sono sotto la soglia della dignità dice il filosofo si stacchi il sondino si lasci, se lo chiede, crepare. Ma chi deciderà, signor filosofo cosa è sopra o sotto la linea della dignità ? Lei, coi suoi ragionamenti e non ci sarà più necessaria la pietà ?
E’ come se volessero tutti evitare di sentire il magone. E di posare il passo del proprio civile ragionare su di lei, l’antica fraternità umana, sulla pietà. Ma chi deciderà a che punto sarai da buttare. Tu, nel pieno del dolore ? Sai, filosofo, quanti si butterebbero via in questo istante, se non li tenesse in vita la pietà degli altri, la pietà che sola, ultima, fa riscoprire la dignità ?
Ma nel regno dell’astrazione filosofica e giurisdizionale si fa finta che da una parte c’è, sola, la vita ferita di un uomo e da qualche parte un signor giudice nell’ombra delle grandi aule. C’è sempre un signor giudice che vorrebbe potere giudicare tutto. Dalle aule di marmo. Dalle volte fredde dei palazzi. Lo cercano, lo trovano uno che dica: si può morire. Uno che dia ragione alla disperazione. Anche se quel giudice, vile, non trova il coraggio di chiamare il morire morire, o forse ha la doppiezza dello stratega nel non chiamare condanna a morte il giuridico sì a sospendere l’alimentazione. Lavorano sulle parole, diceva il poeta che prese la via dell’esilio dall’inferno. Han lavorato sulla parola figlio. E poi sulla parola madre, sulla parola padre. Le hanno violate, offese, e infine camuffate, fatte sparire. Poiché la realtà è più forte si sono accaniti allora sulle parole. Sulla parola: figlio, sulla parola: madre, sulla parola matrice di tutte le parole: vita e sulla parola che orienta e disorienta le altre parole: la parola morte. Sulle parole che sono come le bambine che ci prendono per mano per condurci alla realtà. Le hanno confuse, le hanno bendate, le hanno fatte girare su se stesse, le hanno drogate. Perché non conducessero più da nessuna parte. E rimanessero sospese, infelici, la parola figlio, la parola morte, ormai incapaci di dire qualcosa, e la parola morire, e la parola io ti amo, accetta questa rosa…
Il tiranno non muove più le corazzate, e non ha bisogno delle occhiute polizie. Muove, paga intellettuali dalle menti lucide, parolai che svuotano le parole, il tiranno muove gente d’immagine e senza anima che convinca che tutto è solo apparenza.
Il tiranno divora le parole dentro di noi per poter divorare la terra intorno a noi.
Lavorano sulle parole non solo per coprire il fatto ma anche per deviare l’emozione.
Non la chiamano esecuzione.
E l’amore è diventata un’idea, invece che la paziente, la segretamente festosa comunicazione reale e la reale custodia della vita, l’amore è diventata un’idea sentimentale –
e così si può uccidere in nome delle idee, delle idee buone, si è ucciso, si uccide, si ucciderà in nome delle idee piene di bontà…
E si può deviare l’emozione non piangendo per la morte ma gioendo per la liberazione…
Non la chiamano condanna a morte. Ma non possono dire che lei è già morta. E allora dicono che è quasi viva. Solo perché non si alza, non graffia non grida… Tolgono vita alla vita prima attraverso le parole, tolgono il senso, il sale alle parole poi a lei tolgono l’acqua, il pane
e spengono il sole…
Solo perché lei non grida, non si agita non graffia ? Solo perché non ha vitalità di opporsi ? No di certo, dite. Non ci state a fare la parte d’assassini… Ma se si fosse mossa, anche solo alzata un istante in piedi nel letto, se si fosse mostrata più viva, l’avreste condannata ? E’ la sua debolezza a condannarla… Avete mosso tutta la potenza dei giornali, del pensiero dominante, dei tribunali tutta la potenza della deviazione di un sentimento, tutto il duro portento di una campagna per la sua morte contro la sua debolezza… Invece di avere pietà, che è la parola più felice, più colorata di ogni sentimento, di ogni attenzione, invece di sostenerle il capo, di darle da bere… La tecnica, dicono, non si accanisca. Lei sarebbe già morta se la tecnica… Come se la tecnica fosse impersonale. Se un uomo si accanisce, un altro lo fermi, se un medico esagera un altro medico lo corregga, e sia la responsabilità di un uomo a portare fino in fondo la vicenda, sentendo tremore e pietà , immischiandosi nel magone e nella terra del dolore. Non si deleghi al giudice di dare illusorio splendore di legalità… Si è mosso un esercito di luoghi comuni, di mezzi scienziati, di filosofi in cerca di gloria, di politici interessati più che alla vita alla morte e tutta la corte dei giornali più venduti contro il poco argine della sua debolezza.
Per convincere tutti che era solo una sottigliezza, una pura formalità ed era meglio che la fine arrivasse, che l’argine lieve della cura si togliesse. Come se quella debolezza estrema l’avesse già cancellata, e la vita in lei fosse ridotta come neve già sciolta, o annerita da togliere da in mezzo alla strada, come un fastidio, come se in lei la vita fosse un rimasuglio.
Ma chiedo e supplico chi, che cosa decide quanto vale quel rimasuglio, quel minimo giglio di vita ?
E’ niente ? E’ davvero niente ?
Voi che giustamente non condannate a morire nemmeno il più animalesco criminale, colui la cui vita è annerita dal più fosco e sanguinoso male, e chiamate vita da preservare anche quella di chi ha stuprato e ucciso donne e bambini, e onorate negli assassini il loro rotto ventaglio di dignità coperta di ombre non volete onorare il rimasuglio, il timidissimo giglio di vita che è in lei ?
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Ma chi sei, vita e cosa è il tuo germinare ? esplosione radiale e minima concentrazione chimica imprendibile furiosa particella o sale ?
Miccia verde e accensione mondiale delle rose, primizia della fisica o liquida muta effrazione di molecole e di meno ancora, aurora, sì, di sperdutissime rose nelle materie o soffio di bacio amato tiepido sul viso addormentato?
ti conoscerò, bambina, per i movimenti che susciti, per gli assalti degli eserciti, il brillare tra i rami dell’oro dei limoni ? o per la solitudine degli stormi che volano e creano i disegni che ti divertono in cielo, sulle lontane rose ?
Tutti parlano di te, ragazza discreta, e dicono di sapere cosa sei e quale sia la tua giustizia…Io non saprei, vedo solo che ti sleghi i capelli e osservi stupita, in una oscura letizia la nostra naturale voglia di sperare…
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Vaneggio ? o con chi parlo mentre passo leggermente la mano sulle grandi vetrate… Ci sono solo fantasmi o ancora uomini qui di carne e ossa, di inquiete menti e di cuori feriti ? Con chi divido i miei poveri pensieri mentre tolgo le lenzuola di ieri, le offro al sole spalancate ?
Sono a vanvera le mie parole ?
Offendo lei, che mi guarda e non mi guarda silenziosa, rapitissima rosa ? E’ ingiuriosa della sua già lunga pena il mio lamento che si svena ? Eppure non posso che chiamarti santa, non posso che chiamarti così, lavandomi la bocca, o forse dovendo bruciarmela con la chimica detergente dei prodotti, e dire: nel senso povero di questi giorni, santa che soffri e ci imponi di pensare, di guardare i visi dei nostri figli, i loro sorrisi, il bene raro delle vite lievi e fragili e brevi. Santa della vita che ci sfugge, dell’amore che a mani aperte d’impotenza si strugge, santa dei giorni fatti di passaggi d’ombre sulle nevi…
vita tua, vera vita, rimasuglio e giglio, povero nascondiglio della ricchezza della nostra vita intera.
Forse non sanno cosa stanno facendo, se dicono che il tuo giglio di luce è zero, se lo spazzano via - Rimarremo appesi a un vento…
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Ma lei avrebbe voluto così. Dicono, sfoderando l’argomento finale. Da tanti anni è sempre così, devono inventare parole nuove per coprire l’antico male e ripetere menzogne. Autodeterminazione. Dicono. Non più una parola filosofica. Ma sindacale. Come se la vita fosse l’esito di una trattativa. Tra gli uomini e il mistero da cui viene. E come se il mistero fosse un agguato del male. E il bene cos’è ? Io non lo so, io pulisco le stanze, combatto la polvere, cerco di fare posto alla vita…
Non è questo forse il bene ?
Invece è come se il bene non fosse più preparare il luogo, aderire alla vita ma decidere se accettarla o no. Non importa perché, il bene è solo nella scelta compiuta. In sé. Come dire che tutto è uguale, vivere o morire, poter scegliere è bene non poter scegliere è male. Io ci capisco niente…So che molte cose nella vita non le ho scelte, e sono state un bene. E altre che pur ho scelto sono state un male. Non dico solo alle elezioni…
Quando viene un amore, a volte un figlio, o il vino che ti è offerto, non lo scegli, ma ti ride nelle vene. E a volte, nella penombra oscura della mente e del cuore, si sceglie di fare cose per un bene e si rivelano sbagliate…e di noi stessi o di storiche dementi stragi perpetrate in nome del bene ci vien paura… Il totem, lo spettrale dio dell’autodeterminazione è l’idolo più falso che ci sia. Più astratto, e inutile di fatto. Non ci autodeterminiamo in quasi niente -nemmeno nel colore degli occhi o se passare o no al semaforo se avere o no un cuore matto- e vogliono farci credere che valga per nascere e morire. La libertà di un uomo solitario, illusorio. Un uomo astratto. Senza pietà intorno, senza luce del giorno nella disperazione. La libertà non è fare una scelta ma aderire con mille e mille scelte alla vita che ci è data e servire non da soli la sua rosa, la fioritura che sia più viva là dove la terra è più segnata. E cosa è l’autodeterminazione, quando si fissa ? Da un notaio a che età si deciderà quando e come morire ? in che momento della vita, in che psicofisica tensione ? prevedendo quale evoluzione delle scienze medicali ? E prevedendo d’esser solo o tra le ali di un amore che toglie la disperazione che avvelena anche alla più oscura pena ?
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E’ duro stare nella tua stanza. Come stare su un precipizio immenso. Ci vuole senso dell’equilibrio e anche il senso dell’immensità.
Potessi muoverei leggermente la mano toglierei il velo silenzioso, leggerei i segni del respiro, e: se si potesse sentire il mare. O forse se ascolto lo sento, sale nel chiarore dei monitor accesi un riflesso di luce di fondale, e nei ronzii medicali si accordano i perpetui sciacquii tra gli scogli o nei porto, tra gli scafi navali… c’è un mare qui, e ti vorrei sollevare sulle onde, tenerti in braccio, e farci insieme cullare.
E’ delirio o forse è l’unica visione vitale?
Mi perdoni, se qualcuno mi ascolta, l’avanzare fino a questo punto con gli stracci delle mie parole, dove nessuno ha voluto osare…
Non siamo soli, sai, piccola, vedo altri, come in azzurre pietà marine, inoltràti nell’oceano, tra le schiume bianche dell’onda, come padri e madri tenendo i loro figli i loro amati feriti, tenendoli per le braccia e per gli occhi non lasciandoli all’acqua se non quando il mare sale e decide di prenderli nel suo grande abbracciare…
Stiamo qui, mia piccola santa della stanza numero… se ora finalmente taccio tra queste pareti che si fanno strana raccolta conchiglia si sentirà la sua voce – viene a rompere il ghiaccio che circonda le nostre menti e il cuore,
così vasto e pieno di echi qui, sì, il mare…
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